A Whiter Shade of Pale: quando una canzone fa la storia del rock

1967: esce il singolo A Whiter Shade Of Pale degli esordienti Procol Harum. 


Il consenso ottenuto fu immediato e il brano in pochissimo tempo salì alle vette delle charts dei dischi più venduti e rimase al primo posto per lungo tempo. La bellezza della canzone è tale da essere considerata in gran Bretagna la più bella che sia mai stata scritta, ed è stata fino ad ora quella più trasmessa alla radio, tv, film e media britannici. Essa rappresenta una pietra miliare nella storia del rock che, con la nascita di questo pezzo, perde il suo valore di musica di puro intrattenimento e si trasforma in arte alla pari della musica classica.

Il nome della band dal suono latineggiante rappresenta una novità.
In un periodo in cui nuovi gruppi nascevano come funghi era difficile reperire un nome incisivo e rappresentativo: dai semplici nomi un po’ ruspanti dei primi anni quali Animals, Eagles, Turtles, Monkeys, Beach Boys, Tremeloes, Yardbirds, le nuove bands dovettero sbizzarrirsi per non cadere nell’ errore di usare un nome che appartenesse ad un altro gruppo. Da qui il misterioso nome Procol Harum.

Le numerose interpretazioni sul suo significato avevano fatto pensare ad un termine latino erroneamente trascritto che significava “al di là di queste cose”, e la band non aveva smentito cercando di mantenere l’alone di mistero che contribuiva ad
accrescerne la fama.
Parecchi anni dopo il “commander” della band, Gary Brooker, ne raccontò l’origine e così fecero gli altri protagonisti seppur con qualche variante della storia. Gary era andato a trovare un amico, che aveva appena comprato un bellissimo gatto birmano con un pedigree in cui era stato registrato con l’insolito nome Procol Harum. Scherzando, l’amico aveva detto: “Sembra un nome perfetto per una band”. Gary aveva raccolto il suggerimento e da quel momento erano nati i Procol Harum.

Altra grande innovazione era rappresentata dalla aggiunta dell’organo Hammond alla tradizionale strumentazione chitarra, basso e batteria e dal fatto che, per la prima volta, il lyricist era a tutti gli effetti membro della band pur non suonando.

La canzone con musica di Brooker si apre con un lungo e ipnotico assolo dell’organista Matthew Fisher. L’intro, dal tono solenne e austero che, pur nella sua totale autenticità, richiama vagamente a JS Bach, seguito dagli altri strumenti un po’ in sordina e dalla voce malinconica e struggente di Gary Brooker, il pianista che riesce a dare un significato quasi comprensibile ad un testo sibillino.

 

 

Keith Reid, il giovanissimo e schivo lyricist, pensò al titolo sentendo due persone che parlavano: una di esse pronunciò la fatidica frase descrivendo il viso di una ragazza che, per motivi non noti, pur essendo già pallida di suo, si era spaventata a tal punto da essere ancora più bianca del suo pallore naturale.
Ne fu così colpito che partì da lì per scrivere una storia semplice e complessa nello stesso tempo, perché arricchita di termini arcaici e poco conosciuti, metafore e giochi di parole, in modo che si potesse prestare a molteplici interpretazioni.
La storia nella sua semplicità è quella di due persone che si incontrano al pub. Non è il pub dei giorni nostri ma quello di cinquanta anni fa, dove tradizioni e rituali si ripetevano da sempre. Era un pub con luci fioche, dove la gente passava la serata chiacchierando e bevendo, e l’odore del fumo e della birra si mescolava a quelli della segatura gettata sul pavimento per assorbire il liquido che cadeva dalle pinte colme. L’uomo e la donna si guardano e c’è un’improvvisa attrazione; bevono insieme qualcosa per rompere il ghiaccio; bevono ancora per vincere la timidezza. Continuano a bere, impossibile parlarsi o udirsi perche il cicaleccio è sempre più forte. Decidono di uscire per andare a casa (di lui?di lei?) e si fanno strada ormai un po’ brilli tra la gente
e i tavolini stracarichi di pinte vuote e mezze piene appoggiate in equilibrio precario, destreggiandosi con movimenti simili a una danza quasi da far girar la testa.
Lì attrazione sembra trasformarsi in un mare in tempesta ma alla fine, forse perchè ubriachi o forse perché ormai sobri, c’è delusione e la scintilla che avrebbe potuto portare a qualcosa di più serio o a una vera storia d’amore si spegne.

Le immagini che Keith usa servono a creare l’atmosfera e le sensazioni della storia e sono quasi un invito a non curarsi troppo del loro significato, perchè costruite per adattarsi alla melodia che era già stata composta.
Il riferimento al racconto del mugnaio di Chaucer, il Boccaccio inglese, che tanto aveva colpito i critici data la sua fama di scurrilità, secondo lo stesso Reid non esiste. Dice che a 18 anni non ne conosceva l’esistenza e se lo ha citato lo ha fatto inconsciamente, ed
effettivamente quando Brooker canta sembra dire “mirror” (lo specchio in cui si guarda la ragazza) e non “miller” e così fa ancora più chiaramente Willie Nelson nella sua cover del brano.

Un brano splendido che il tempo non ha scalfito. I PH hanno scritto altri bellissimi pezzi come Homburg e A Salty Dog ma non sono riusciti a ripetere il successo di A Whiter Shade Of Pale. D’altra parte era impossibile riuscire a raggiungere simili vette dopo aver centrato la perfezione al primo colpo.

I PH hanno influenzato moltissimo la musica venuta dopo di loro. Seppur con diversi stili molte bands hanno utilizzato l’organo Hammond: Deep Purple, Brian Auger e i Trinity, Rick Wakeman e i Yes fino ad arrivare a Emerson Lake and Palmer, in cui l’organo assume il ruolo di protagonista assoluto, grazie anche ai contorsionsmi e numeri ad effetto per la gioia del pubblico.

La band è durata pochi anni e Keith Reid ha abbandonato quasi subito il mondo della musica (ha comprato un pub) ma si è ricostituita negli anni ’90 con musicisti nuovi intorno all’inossidabile Gary Brooker. Nel 2020 nella loro tournée di rientro nel grande circo della musica rock hanno in programma anche un concerto in Italia a novembre…e noi li aspettiamo!

-Anna Costanzo