Chiello e l’esperimento lontano/vicino dalla trap all’italiana

Il bello di questa lunga e confusissima epoca post moderna è che c’è posto per tutti e per tutto, per qualsiasi derivazione, per qualunque revival. L’hype si mangia tutto nel giro di pochi mesi e sembra sempre più difficile guardare le cose da fuori per cercare di capire cosa resterà e cosa invece è solo moda passeggera.

In questo marasma culturale, il 14 ottobre (ormai più di un mese fa, sarò già in ritardo?) è uscito per l’etichetta Thaurus “OCEANO PARADISO” l’album d’esordio solista di Chiello, la next big thing del pop italiano.
Già un terzo della famigerata FSK, una versione più violenta e meno patinata della Dark Polo Gang, (per chi non sapesse chi sono consiglio il singolone “ANSIA NO”), Chiello si era già distinto per una particolare propensione al melodico e all’elaborazione col suo EP del 2019 “Non troverai un tesoro”. Nel suo primo album esplode definitivamente tutto, relegando la trap urlata degli esordi ad una breve comparsata.

“Mare Caldo”, la prima traccia del disco, è l’esempio perfetto della direzione del disco (così come “Pietra di Luna” e “Crema di buccia”): un’ intro che ricorda un Coez raffinato, e un ritornello orchestrale, iper-melodico che non avrebbe sfigurato al Festival di Sanremo. La mano di Colombre, produttore del disco e coautore di questo e altri brani dell’album è ben presente negli arrangiamenti e nel continuo strizzare l’occhio alla scena cantautorale indie esplosa con Calcutta e già, pare, sfiorita.

“Quanto ti vorrei” è il singolo light pop punk che trascina il disco. Un andamento saltellante con atmosfere camp che ricordano un Achille Lauro più fresco e genuino, un pezzo di sicura presa, divertente e divertito, con una azzeccatissimo sax che fa da protagonista in tutta la seconda parte del brano.

Anche i testi hanno un certo impeto di genuina ispirazione, “Non lasciarmi cadere” e “Abisso di Xanax” sono due ballate che lasciano spazio ad alcuni scorci interessanti (Non lasciarmi cadere/Io so che nel buio non si può camminare/Per non essere soli ci si può perdonare/Guarda nei miei occhi e sarà come bere) o (Tu non puoi punirmi/Perché non posso accettarlo/Se mai un giorno potrò capirti/Il gelato alla crema sull’osso di seppia/Papà, dai, non piangere più).

“Damerino”, con il compagno della FSK Taxi B è l’unico pezzo del disco palesemente trap con un ritornello quasi macchietta (Gucci Gucci Gucci Gucci/Fendi Fendi Valentino/ brillo brillo brillo brillo come/come un damerino”) e i tipici riferimenti del genere (Fino a ieri un criminale/ ora ho cento K in tasca/frega un cazzo di chi parla/non puoi dire quello che non fai). Se sui ritornelli di “Poi si romperanno” vi pare di vedere Niccolò Contessa ricurvo e ansioso a spaccarsi le dita sui synth, o vi mancano molto I Cani, oppure i giochi di riferimenti e rimandi messi in piedi dal team produttivo funzionano molto bene.

A metà disco, dopo continui cambi di tono, citazionismo sfrenato, e un ottimo collage di cose che funzionano, arriva il pezzo a mio parere più interessante: “Sul fondo dello scrigno”. Una ballata grunge dai toni dark, portata avanti da una chitarra distortissima e un cantato molto espressivo che passa in continuazione dai sussurri alle urla, disperato e nichilista (Non sono niente/Puoi venire a cercare là fuori la mia ombra/Se vuoi/Giuro non sarò mai niente). Mi perdonerete ma, a un certo punto, ho sentito degli echi da Verdena.

L’Album si chiude con un intrigante folk psichedelico costruito su “A horse with no name” con l’aiuto di MACE. Un pezzo che lascia aperte una serie di porte future che mettono molta più gola del comunque bel disco che sta per finire. Probabilmente rimarrà un esperimento isolato, ma è sicuramente più che riuscito.

Cosa rimane dunque dopo questi 33 minuti? Un trapper che si affretta a scendere dalla nave che sta affondando? La risposta italiana a Machine Gun Kelly? Un artista costretto in una forma limitante che ha cercato una nuova strada per raccontarsi? Un prodotto perfetto per ogni occasione e soprattutto per spopolare su tik tok? Il definitivo incontro fra indie, pop e trap? Forse un po’ tutte queste cose messe insieme, e non è detto che sia necessariamente un male. In ogni caso, il risultato è un disco fatto bene, piacevole e divertente, con sprazzi di sorprendente novità per il panorama italiano. Costruito per piacere, e ci riesce benissimo.

-Stefano Dallavalle