“Come mi vedono gli altri” – Luigi Tenco

           

È durante i primi albori del 21 marzo 2020 che la mia mente cerca di trovare le parole giuste per scrivere un articolo per me tanto importante.
Oggi è l’ottantaduesimo compleanno di Luigi Tenco. Ebbene sì lo è, non “lo sarebbe stato solo se..”; spero di non essere accusata di troppa banalità se ora scrivessi che una persona non smette mai di vivere finché c’è qualcuno che si ricorda di lei.

Purtroppo mi ritrovo ad essere molto coinvolta e il rischio di eccedere in lusinghe e apprezzamenti è estremamente alto; non che io lo veda come un problema, ma spesso e volentieri tale condotta viene scambiata come poca obiettività, soprattutto se si parla di un articolo.

Ciò che vorrei sfatare con questo mio scritto è un mito comune che deve al più presto cessare di esistere.

Luigi Tenco possiede l’eredità figurativa di artista triste, desolato e pessimista, una sorta di Leopardi o Pavese dell’epoca moderna; tutte affermazioni che per me non sono altro che un superficiale cumulo di aggettivi tanto confortevoli quanto stagnanti. Individuare nella tristezza la caratteristica principale della scrittura di Tenco significa rapportarsi alla sua produzione con un punto di vista non analitico, che molto spesso non ci porta a riconoscere nel cantautore alcuni tratti rivoluzionari, soprattutto nell’approccio riflessivo e filosofico applicato ad una produzione testuale con finalità musicali senza pari nel secolo scorso.

Ciò che dobbiamo fare dunque, è mettere da parte il nostro spiccato istinto a riconoscere una vera e propria “emozione guida”, smettere di soffermarsi sulla tristezza, l’allegria, la desolazione come tratti caratterizzanti della poetica di un artista.
Penso sia doveroso avvalorare la mia tesi con degli esempi facilmente reperibili sul mercato.

In primis, Luigi Tenco, come nessuno prima e nessuno dopo di lui, ha raccontato il tema principe di tutte le canzoni del mondo, l’amore, e lo ha completamente sconvolto, iniziando a scomporlo e raccontarlo da una prospettiva completamente inedita , in modo altamente descrittivo e ossessivamente preciso.

Al centro dei brani non ci sono più solo i sentimenti e le emozioni, com’era accaduto sempre e come sempre accadrà nella stragrande maggioranza delle canzoni d’amore che popolano le nostre vite, ma la natura profonda, o più spesso cerebrale della nascita: da dove arriva? Come si sviluppa? Dove finisce? Quanto possiamo sentirci piccoli?

“E ti senti più grande del mare
e ti senti ancor meno di niente”

Ah… l’amore l’amore, Luigi Tenco, 1965

E tutto questo solo per introdurci alla moltitudine di suoi e nostri temi preziosi che sono stati cancellati dalla memoria collettiva.

Luigi Tenco ha composto un sicuramente meno conosciuto repertorio di brani ispirati a tematiche sociali che vanno a demolire, in modo completamente avanguardistico, alcune concezioni radicate a livello sociale, negli anni ’60.

Per esempio, l’idea canonica, e oserei dire mai superata, secondo la quale un ragazzo debba incontrarsi con una ragazza che però, la sera, anziché uscire dovrebbe starsene in casa e andare a letto presto in Una brava ragazza. Oppure, Uno di questi giorni ti sposerò,  un vero colpo di frusta al concetto di matrimonio come solenne giuramento e marchio di un’eternità per lui impossibile.

Poi abbiamo Vita familiare che altro non è se non la prova del nove di quanto sopracitato: un’udienza in tribunale tra un uomo che vuole divorziare perché non ama più sua moglie, e un giudice troppo conforme per concederglielo;
in Vita sociale (ballata del progresso) ci figura un valzer che pesta i piedi alle corruzioni e ai tentativi di furberie all’italiana.

Il filo conduttore di tutti questi brani è senz’altro l’ironia e la travolgente teatralità con cui vengono eseguiti.
Non credo di essere tanto lontana dall’errore quando dico che in pochissimi conosceranno La ballata della moda, una canzone che non può avere nessuna descrizione se non quella che indirettamente può dare un orecchio attento all’ascolto.
Chiunque ci si può riconoscere, siamo proprio sicuri di volere quelle scarpe perché ci piacciono e non perché le hanno tutti? Ecco la dimostrazione cantata che il conformismo e la pubblicità vincono su di noi come il fumo e l’adulterio.

Se tutta questa meravigliosa sfacciataggine non vi ha ancora convinti posso citare Giornali femminili, un pezzo di un’attualità spaventosa, con il quale si ride letteralmente in faccia a chi crede che il mondo femminile sia interessato solo a futili problemi d’amore tra le celebrità di turno, all’amore platonico con qualche attore di copertina, all’indossare il vestito che faccia impallidire tutte le altre:

“Leggendo certi giornali femminili
Verrebbe da pensare che la donna
Si interessi ben poco dei problemi più grandi;
La sua prima esigenza
Sembra una vita comoda,
Magari un po’ di lusso
Per essere invidiata.
Comunque, per fortuna, esiste l’uomo
Che è meno egoista…
Mi dovete scusare
Ma devo proprio ridere…
Forse questa canzone
Io non la so cantare…”

Tenco può non essere per tutti, perché conosce la mente e i suoi meccanismi , ti invita a guardarti dentro ed è comprensibilmente possibile che tu non ti riconosca più.
Sicuramente non stiamo parlando di un autore semplice e questo ben al di là del l’immediatezza o non del suo linguaggio.

La sua scrittura pretende che ci sia, tra autore e ascoltatore, una certa disponibilità , un livello estremo di accettazione del sentimento e della sua analisi.

Concluderei dicendo che il viaggio di Tenco tra amore e società è, soprattutto, un continuo viaggio narrativo dentro sé stesso e un invito per noi a fare altrettanto.
Per me è difficile esporre così tanto questo autore all’opinione di tutti, non perché non valga un ascolto, ma perché penso sia più facile respingerlo piuttosto che comprenderlo; ma se anche con una sola lettura avrò stimolato la curiosità all’ascolto e alla scoperta di questo grande uomo, potrò ritenermi soddisfatta.

– Giulia Moschini