Daft Punk: alla fine quel gruppetto di “stupidi teppisti” ce l’ha fatta

Anno 1992. Tre giovani francesi, dopo una bella scorpacciata di escargot, decisero che era il momento di fare qualcosa di nuovo nella loro vita.

C’è chi propose di indossare i calzini bianchi con i sandali, come i nostri amatissimi vicini tedeschi o di portare la baguette in un sacchetto, così da evitare quel continuo retrogusto di ascella pezzata, ma alla fine scelsero di fondare un gruppo musicale: i Darlin’. Erano carichi, erano fichi, erano francesi, ma purtroppo per loro non poterono godere della ricchezza e della fama tanto sognate.

Sarà perché c’era ancora dell’astio tra Francia e Inghilterra derivata dalla guerra dei cent’anni, fatto sta che una rivista inglese li definì: “un gruppetto di stupidi teppisti” (a daft punky trash) stroncandoli sul nascere; l’anno dopo si sciolsero.

Laurent Brancowitz, uno dei componenti dei Darlin’, risentito del fallimento, andò a fare compagnia al fratello, uno dei fondatori dei Phoenix, mentre i due rimasti, Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo (sì, insomma, il solito nome da sostituire con “ciao, Bomber!”) non vollero dare retta a quei britannici; perciò ci riprovarono. Cambiarono nome in Daft Punk, iniziando a sperimentare con sintetizzatori, drum machine, loop, tastiere e per non farsi riconoscere a causa del fallimento precedente decisero pure di indossare dei caschi da robot. E chi li fermava più?! E fu così. La loro
ascesa fu immediata. L’uscita del loro primo album nel 1997, Homework, fu un successo strepitoso.

Grazie al suo mix di musica house, acid house, electro e techno, l’album fu immediatamente definito il più innovativo e influente album dance di quell’epoca.

Tutti volevano i Daft Punk.

Il loro stile così versatile gli permetteva di essere apprezzati da chiunque e ovunque. Riuscirono a racchiudere in loro tantissimi stili: dance, house, techno, electro, funky, rock. Avevano un intero universo davanti e hanno sempre saputo come sfruttarlo.

Undici album pubblicati, due live, un documentario biografico, un intero musical anime
(Interstella5555) creato dal papà di Capitan Harlock, Leiji Matsumoto, con i brani completi tratti dall’album Discovery, la colonna sonora del film Tron: Legacy, registi del calibro di Michel Gondry (Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Be Kind Rewind, Microbo e Gasolina) e Spike Jonze (Essere Jon Malkovich, her, Nel paese delle creature selvagge) intenzionati a vendere il proprio cane e nonno Arturo pur di girare i loro videoclip. Hanno persino scritto, diretto e interpretato un film (Daft Punk’s Electroma. Guardatelo, ne vale la pena, parla di… robot).

Insomma, chiunque voleva un po’ dei Daft Punk nella propria vita e facevano bene, perché i nostri amatissimi robot continuarono a produrre musica, che ci tenne incollati davanti a Mtv, sulle piste da ballo in discoteca sotto le note di One More Time, in camera da letto prima di addormentarci sognando Interstella5555, sull’autobus la mattina
seguente con le cuffie sulle orecchie intenti ad andare a scuola, oppure registrare video su youtube mentre cantavamo Harder ,Better , Faster, Stronger con le dita, ecc…

I Daft Punk hanno accompagnato tutto il mondo con la loro musica, fino ad oggi, 22 febbraio 2021, scioccando chiunque con il loro ultimissimo video, Epilogue, pubblicato sulla loro pagina ufficiale di youtube, con il quale dichiarano la fine di un viaggio durato 28 anni.

Con le note di Touch ci dicono “addio” e con un vuoto dentro incolmabile noi li salutiamo, ringraziandoli per tutte quelle emozioni che ci hanno dato con ogni singolo brano, con ogni singola nota distorta, portandoci sempre là dove nascono i sogni.
Addio, “stupidi teppisti”, ci mancherete tanto.

-Marco Battaglia