David Bowie: l’uomo che cadde sulla Terra

Il 10 gennaio del 2016 un alieno, venuto sulla Terra col nome di Duncan Jones in arte David Bowie, faceva ritorno tra le stelle

69 anni sul nostro pianeta gli erano stati sufficienti per rompere schemi, abbattere pregiudizi, tradizioni consolidate, e soprattutto per mostrare come l’arte a 360 gradi sia ancora possibile, in un mondo che sembra dirigersi sempre più verso la settorializzazione.

Difficile e complesso è tratteggiare la figura di un artista così poliedrico ed eccentrico che i più conoscono per la musica, ma che in realtà ha spaziato nel cinema, nella pittura, nella fotografia e nel campo della moda. Un vero e proprio camaleonte, se si considerano le sue trasformazioni e, soprattutto, il suo anticipare mode, tendenze, e influenzare profondamente l’immaginario collettivo dagli anni ‘70 ai giorni nostri.

Ripercorriamo dunque le tappe principali dell’incredibile esperienza di vita terrestre dell’uomo David che cadde sulla Terra l’8 gennaio del 1947.

Nella metà degli anni ‘60, ancora ragazzino, sognava di diventare un Elvis britannico, con cui condivideva la data di nascita. Erano gli anni dei Beatles, dei Rolling Stones, dei Pink Floyd: David ne è affascinato, prova ad unirsi a band underground. L’incontro con Tony Visconti e Brian Eno lo porta ad attraversare la scena musicale dei primi anni settanta, conquistandosi la fama di inventore del glam rock. Il rock, concepito da lui come “arte globale”, capace di rompere i confini tra cultura alta e bassa, incontra gli stessi temi e gli stessi stimoli che portarono al superamento del downstream e alla nascita dell’underground, di cui si appropria il movimento punk e che porta a Bowie suggestioni e nuove esperienze musicali. Per lungo tempo è confuso, indeciso su quale strada intraprendere, finché nel 1969 incontra Paul Buckmaster, che decide di riprendere Space Oddity, ispirata a 2001 Odissea nello spazio di Kubrick, attraverso arrangiamenti sinfonici psichedelici che fanno da sfondo alla voce di Bowie persa nello spazio. È un successo destinato a diventare uno dei capisaldi del repertorio bowiano.

In venticinque album Bowie ha sperimentato generi diversissimi tra loro, passando dal rock al punk, dal pop al progressive, contemplando la visionaria sperimentazione psichedelica nel finale dell’album Ziggy Stardust, per arrivare a Blackstar, ultimo lavoro, lucido e straziante testamento musicale.

Quando pensiamo al cinema due immagini vengono in mente: l’alieno de L’uomo che cadde sulla Terra di Tony Scott e Jareth, re dei Goblin, in Labyrinth. Ma il volto di David lo ritroviamo in Velvet Goldmine, in Furyo di Nagisha Oshima, in Pilato de L’ultima tentazione di Cristo di Martin Scorsese, fino a Fuoco cammina con me di David Lynch, per citarne solo alcuni tra i tanti film interpretati.

Compositore di sei colonne sonore, sceneggiatore, regista, ha trasmesso questa sua passione al figlio, Duncan Jones, uno dei cineasti più interessanti del panorama attuale.

Anche il mondo delle arti figurative è stato profondamente influenzato dall’icona Bowie. Appassionato di pittura, ci ha lasciato una serie di autoritratti, disegni, pitture ad olio. Le sue prime esposizioni risalgono al 1994 a Londra, mentre nel 1996 partecipa alla Biennale di Firenze con l’installazione di un manichino robot impiccato a una scatola contenente un ufo luminoso.

La fotografia ne ha celebrato tutta la sua carriera, rappresentandone i cambiamenti di stile, le varie maschere, ma anche gli aspetti più tipicamente umani e privati; la collaborazione tra Bowie e Masayoshi Sukita, il fotografo giapponese con cui l’artista inglese strinse un’amicizia quarantennale, è diventata una mostra dal titolo Heroes, organizzata presso Palazzo Medici Riccardi a Firenze nella primavera del 2019.

Legato al mondo dell’immagine troviamo un altro aspetto, quello della moda. Bowie è creatore egli stesso di moda, attraverso icone come Ziggy Stardust, dal volto squarciato dall’inconfondibile saetta; il suo alieno è stato riprodotto ovunque, al pari della Marilyn di Warrol. Al termine del lungo tour allo Hammersmith Odeon, con un addio culminato in Rock’n Roll Suicide, dice addio a Ziggy, che diventa così immortale. È il 1973. Nel 2013 Jean Paul Gaultier rende omaggio nella sua collezione ai costumi di quel concerto. Segue la parentesi dandy-punk, dopodiché David diventa il Duca Bianco: sobrio, elegante, capelli biondi platino, si accosta e si esibisce al fianco dell’amica Annie Lennox, in un duo dal fascino androgino, per passare poi al look di Jareth in Labirinth fino all’ultimo, sfoggiato in Lazarus: un Bowie che non nasconde i segni della sofferenza fisica, anzi li sottolinea e li enfatizza, con i capelli bianchi sparati in alto e una benda sugli occhi, a segnare anche materialmente quel distacco, ormai prossimo, dal mondo terreno.

Ed è così che la vicenda terrena di David Jones Bowie, alieno con lo sguardo distante dalle consuetudini e dalle tradizioni e rivolto al futuro, si conclude.

A noi rimane un patrimonio di musica, ma soprattutto di una cultura poliedrica, sicuramente irriverente, ma libera di guardare al di là delle ristrette ideologie, testimoniata da un artista geniale che ha lasciato un’impronta unica nel panorama artistico della nostra epoca.

 

– Rosanna Marinelli