Detention e il folklore taiwanese NON pervenuto sulla pellicola Netflix

folclóre (o folklóre) s. m. [dall’ingl. folklore, comp. di folk «popolo» e lore «sapere; complesso di tradizioni o di notizie», termine coniato nel 1846 dall’archeologo ingl. W. J. Thoms]. – 1. L’insieme delle tradizioni popolari di una regione, di un paese, di un gruppo etnico, in tutte le manifestazioni culturali che ne sono espressione, cioè usi, costumi, leggende, credenze e pratiche religiose o magiche, racconti, proverbî e quanto altro è tramandato per tradizione orale: spettacolo di f.; le feste del f. bretone; uno studio sul f. abruzzese; per estens., aspetto pittoresco di una situazione, di un luogo, di un ambiente.”

Quale miglior citazione se non la definizione della Treccani per spiegare che cosa ci si aspetta di vedere nella nuova serie horror di Netflix dal titolo Detention?

Ispirata ad un gioco del 2017 uscito inizialmente per pc, e successivamente per PS4, Nintendo Switch e Android, ne riprende in gran parte la trama principale… impoverendola non solo del suo significato ma anche del fascino cupo con cui un gioco horror platform di 4 ore era riuscito a conquistare tanti appassionati del genere.

Ma andiamo con ordine.

Il videogioco di Detention mostra una storia di dolore e oppressione, sia politica che psicologica: la protagonista della storia, Fang Ray-shin, si sveglia in un tardo pomeriggio sul palco dell’auditorium della scuola superiore Greenwood, completamente sola se non per un compagno di scuola che la trova nel suo vagare, senza avere la minima idea di come abbia potuto addormentarsi nel bel mezzo di una normale giornata scolastica. Entrambi i ragazzi sono disorientati e, dopo una breve ispezione dell’ambiente circostante, si rendono conto che un forte tifone sta per abbattersi sulla scuola e che è impossibile lasciare l’edificio. Inizia così una storia dalle forti influenze alla Silent Hill, in cui la scuola diventa il teatro di una rappresentazione psicologica di Fang su più livelli: quello politico, dovuto all’oppressione del periodo del Terrore Bianco a Taiwan, e quello personale della ragazza, schiacciata dal senso di colpa. Politica e psicologia si intersecano a tal punto da diventare uno la causa dell’altro e viceversa, generando un crescendo di angoscia, oppressione e dolore tali da far degenerare presto la situazione in game: diventa presto chiaro come i mostri che ossessionano Fang siano proiezioni dei suoi demoni interiori e delle sue paure più che entità in carne ed ossa, e come la scuola stessa non sia altro che una proiezione del luogo principale dove si svolge il dramma della ragazza.

Ma c’è di più di un banale omaggio alle tematiche a cui Silent Hill ci ha abituati dagli anni 90. A Detention va riconosciuto l’onore di aver introdotto nel mondo occidentale due tematiche semi-sconosciute: l’oppressione politica del governo del Kuomintang su Taiwan, che portò alla sparizione, uccisione e imprigionazione di migliaia di dissidenti taiwanesi, e il folklore tipico dell’isola.

I riferimenti politici nel gioco si sprecano e non sono minimamente velati: gli eventi portanti della trama sono legati a doppio filo ad una storia di “letture proibite” e ripercussioni violente contro gli oppositori del regime. Il trauma che questo succedersi di tragedie causa nella psiche di Fang lascia segni indelebili e ferite aperte, che porteranno ad un epilogo drammatico. Ma come può una ragazza appena diciottenne, vissuta su un’isola da sempre sottoposta a politica di regime, affrontare i propri demoni interiori? Attraverso il folklore.

La nostra maggiore vicinanza come occidentali al Giappone ci ha abituati ad un folklore fatto di spettri di bambini con i capelli a caschetto e di donne dai lunghi capelli neri arruffati, illimitatamente affamate di vendetta. Ma i mostri di Taiwan, seppur simili ai loro cugini giapponesi e cinesi, sembrano molto più semplici nel loro funzionamento ma non per questo meno inquietanti: legati al cibo, alla colpa e alla morte, ci regalano momenti di pura angoscia, dai quali è possibile uscire illesi solo trattenendo il fiato per fingere di non essere nel mondo dei vivi. Non ci sono armi efficaci contro questi esseri, né vie di fuga. E non potrebbe essere altrimenti: dal senso di colpa e dai traumi non ci si difende e non si fugge. L’unica cosa possibile è affrontarli e ammettere le proprie colpe.

Dopo questa lunga introduzione al videogame di Detention, resta solo una domanda: la serie tv di Netflix rispetta e rappresenta la complessità psicologica del gioco? La risposta è no.

La trama principale viene riportata in modo frammentario, Fang diventa inspiegabilmente uno spettro vendicativo alla The Ring… la nuova protagonista della serie, ambientata negli anni ’90, si trova invischiata in una storia di fantasmi, pedofilia e corruzione scolastica, condita con un po’ di drama adolescenziale. Nessuna delle sottotrame che ci vengono presentate trova una degna conclusione, mentre la trama principale termina in un banale scimmiottamento del videogioco.

Per finire, non ci sono segni dei mostri e delle entità presenti nel gioco: personalmente, ho ritenuto una grave mancanza non vedere nemmeno un accenno del mostro con la lanterna che mi ha tenuta tanto sulle spine durante il gioco.

Video spoiler di uno dei principali mostri del gioco: non guardate se volete giocarlo!

 

Per concludere, il mio consiglio è: giocate a Detention, saranno 4 ore ben spese per un piccolo capolavoro del genere horror psicologico come se non se ne vedevano da un po’. La serie? Lasciate ogni speranza sull’uscio e, se possibile, evitate di varcare quella soglia.

 

-Ilaria Tagliaferri