“Earwig e la strega”, o in altre parole “La montagna che partorì il topolino”

Anno 2021, il progresso dell’animazione computerizzata ci regala videogiochi che sembrano film, film di animazione che sembrano girati dal vivo, e una commistione di reale e virtuale che alle volte riesce difficile distinguere.

Leggenda narra che una volta Hayao Miyazaki, genio e demiurgo supremo dell’animazione giapponese dura e pura, baluardo roccioso di quel modo di fare le cose vecchio stile, sudore della fronte e katana, carta e inchiostro, insomma, un boccone amarissimo per quell’industria cinematografica che oramai gira in green screen e crea tutto col computer con algoritmi e automatismi, sia stato invitato ad una presentazione di animazione digitale, definendola “un insulto alla vita stessa”, esprimendo, in pieno stile nipponico, il suo punto di vista e un epitaffio per “quel certo modo di fare le cose” che sicuramente non era il suo.

Ora, vivere sulle spalle dei giganti può avere certi vantaggi, ma è anche difficile, e Goro Miyazaki, figlio del noto Hayao e regista di Earwig e la strega, pare destinato a scoprirlo molto presto.
Il film non decolla. Punto.

Partiamo dal fatto che lo spettatore legge Miyazaki e si aspetta MIYAZAKI, con le sue animazioni definite da tratti delicati, essenziali, tinte pastello e quel tocco un po’ vintage e un po’ naif che ne costituiscono la firma inequivocabile. Chi scrive non si ritiene esperto del genere, semmai estimatore, ma può affermare con assoluta certezza e senza inutile pudore di aver soffocato a stento un’imprecazione blasfema al solo trailer.

Per uno nato prima del 2000, e in particolare alla fine degli anni ’80, quando si era in piena ondata “giapponese” per quanto riguardava il palinsesto cartoon, tra Lupin, Occhi di Gatto, Rossana, Holly e Benji (per dirne alcuni), e buttando nel mezzo pure i defuntissimi Looney Tunes, e le animazioni Disney che ci hanno regalato capolavori di nicchia ma esteticamente incantevoli quali Tarzan, Atlantis, Il Pianeta del Tesoro, ma anche i Duck Tales, e citando quella COSA spettacolare che fu Il Gigante di Ferro, non può esistere nulla di peggiore che l’animazione digitale realizzata sembrando a tutti gli effetti digitale, colori primari, forme semplici, movenze ripetitive, insomma, la sinfonia del cheap, la morte civile e dell’anima.
Basta cercare in giro qualche fotogramma di EelS (abbreviamo, suona come anguille in inglese, ma non importa) per notare con raccapriccio che le suppellettili sono realizzate meglio degli uman(oidi), praticamente personaggi standard Ghibli, ma rifatti in 3D (CGI) più brutti. Molto più brutti. DANNATAMENTE più brutti, e inespressivi, con le cornee che a stento si distinguono dal resto del volto.
Roba così uno se la aspetta da Hotel Transilvania, un prodotto magari simpatico per un target sub-adolescenziale, certamente non da un Miyazaki.

Dopo l’esplosione di “horror vacui” (espresso tanto nel dettaglio quanto nella naturalità estrema dell’animazione) di Hayao, piange il cuore vedere che sfondo e protagonisti viaggiano su due canali che si intrinsecano sporadicamente.
Piange il cuore vedere che Goro probabilmente tenta di aprirsi ad un pubblico più verde, ma al tempo stesso ci regala pipponi e supercazzole che durano decine di minuti per descriverci per esempio quanto sia “cattiva” la protagonista.
Un incompiuto plateale, specie se proveniente da chi ha ereditato una fortuna e una tradizione fatta di equilibrio tra aspetto visivo e dialogo, dove tematiche più profonde venivano stemperate attraverso l’intera pellicola, non lanciate sul piatto in maniera barocca, per dare corpo ad un personaggio che avrebbe potuto “parlare meno e agire di più”.

Perché sostanzialmente di questo si tratta: un film che si realizza in tante parole ma pochi fatti. Una matassa di antefatti, di concetti, che finiscono prigionieri di 4 mura (letteralmente) e non esiste né deus ex machina, né reale soluzione, bensì un latente, inadatto, amaro senso di cliffhanger che però non crea una reale voglia di vedere un sequel. Perché il “prequel” è davvero scarso.
Per capirci, scarso come il film di Eragon (e difatti di questo si vocifera un remake totale).

E forse, vien da pensare, Goro Miyazaki ha cercato di fare un colpaccio: sfruttare il nome e (male) l’eredità paterna e “copiare” Pixar, ignorando che Pixar occupa una posizione di primo piano in QUEL tipo di animazione perché da DECENNI se ne occupa e perché RAGIONA con determinati standard, e SA cosa sta facendo.
Chiaramente non un film in cui la protagonista banalmente passa da un orfanotrofio alla casa di una strega e investe la stragrande maggioranza del suo tempo nel guardare attraverso crepe nei muri, sperando di trovare quella magia che tanto desidera. Paradossalmente la metafora perfetta dello spettatore medio che guarda EelS.

Io personalmente lo definisco una mediocre ode alle famiglie disfunzionali gravate dal complesso della matrigna cattiva, con bambini turbolenti e musica rock. Letteralmente.
Se volete farvi del male guardatelo. Totoro peccava di trama ma ti affascinava con sensazioni e sfumature magistralmente dipinte a mano. EelS pecca di trama. Ma ci mette il rock. E animazioni 3D fatte coi piedi.
Fate vobis.

-Alessandro Saponaro