Eddie Van Halen e i tapping che non sentiremo più

Eddie Van Halen è la musica che hai dentro e che devi buttare fuori in modo quasi esplosivo, attraverso un coinvolgimento anche fisico, fatto di una vitalità che sembra non dover arrestarsi mai.


Questo è il primo pensiero che mi viene in mente alla notizia che, nella sera del 6 ottobre di questo pesante 2020, ci ha colto di sorpresa: il guitar hero più rivoluzionario della storia dell’hard rock e dell’heavy metal (dopo Jimi Hendrix) ci ha lasciato, vinto da un male incurabile.

La musica l’aveva nel sangue Eddie; figlio di un sassofonista e clarinettista jazz olandese emigra con la famiglia da Amsterdam a Pasadena, U.S.A., e inizia a studiare pianoforte e batteria per poi scoprire, all’età di dodici anni la passione per la chitarra, che già suonava suo fratello Alex.

I due fratelli cominciano così ad ascoltare e a suonare i Beatles e i Led Zeppelin e alla fine degli anni Settanta decidono di fondare un proprio gruppo: Eddie alla chitarra e Alex alla batteria, mentre al basso Michael Antony e voce David Lee Roth.

Nascono così i Van Halen.

Il Whisky A Gogò di Los Angeles è il locale in cui si esibiscono inquegli anni, fino a quando la Warner Bros Records nel 1977 offre un contratto discografico.
Nel 1978 viene pubblicato il primo album Van Halen, ed è subito successo. A seguire abbiamo altri undici album più otto progetti musicali, portati avanti con musicisti come Brian May e Steve Lukather, e colonne sonore per film.

Per i chitarristi e gli appassionati di chitarra Eddie era il tapping, la tecnica strumentale che consiste nel suonare lo strumento con entrambe le mani sulle corde; non di sua invenzione, in quanto già utilizzata fin dagli anni ’30, e reso celebre negli anni ’50 da Steve Hackett (Genesis). Ma Eddie va oltre perchè utilizza lo strumento come un pianoforte, memore della sua formazione musicale iniziale, arrivando a considerare lo strumento come una estensione di se stesso, attraverso il quale dare corpo e anima al suo estro creativo.

Parlare di Jump, dell’assolo di Beat It di Michael Jackson, di Eruption può rendere l’idea ma Eddie Van Halen era molto di più: musica come sperimentazione continua; modifica strumenti, li sega, li cambia pur di ottenere i suoni che aveva in mente, riff elastici e assoli leggeri, andando così a rivoluzionare il mondo del rock e del metal.

Ci mancherà tutto questo, e forse questo 2020 segna davvero la fine di un mondo.

 

-Rosanna Marinelli