Fear Inoculum: la rivoluzione intimistica dei Tool

Sono trascorsi 13 anni dall’ultimo album dei Tool. Nel 2006 10,000 Days sembrava concludere un percorso, mettendo il punto sul turbamento causato da una condizione di insoddisfazione e disagio esistenziale, che permeava tutta la discografia dei Tool fino a quel momento.

Tuttavia, non c’è turbamento senza conseguenze, e Fear Inoculum, pubblicato il 30 agosto 2019, è la naturale conseguenza dell’intera discografia del gruppo.

Per comprendere il significato di quest’album è necessario procedere con ordine.

La discografia del gruppo si caratterizza fino a questo momento da alcuni elementi imprescindibili: la musica è minimale, ridotta all’osso e potente sottolineatura di un messaggio di rabbia, frustrazione, bisogno di evasione da una realtà soffocante, asfittica. Maynard, voce e leader del gruppo, calca la mano pesantemente sull’atmosfera cupa e aggressiva di album come Aenima e Lateralus, e lo fa con una voce graffiante, potente, rabbiosa che non lascia scampo a giustificazioni di sorta. I testi sono pregni di filosofia, misticismo, allegorie e metafore abilmente espresse da una lirica a dir poco poetica.

Questo fino al 2019.

Il nuovo album dei Tool costituisce la svolta nella carriera artistica del gruppo per diverse ragioni stilistiche. Ciò che salta all’occhio immediatamente è la differenza sostanziale nel ruolo di Maynard: la voce non è più la protagonista assoluta, non si esprime in complessi passaggi pregni di rabbia e filosofia. I concetti, per nulla banali ma espressi in modo più semplice e meno lirico di un tempo, sono affidati nella loro espressione alla musica e non al comparto vocale. Questa è una vera e propria rivoluzione per un gruppo come i Tool. La potenza del messaggio non è più appannaggio della voce ma della musica, vero traino dell’album. L’espressività del messaggio è affidata alla chitarra di Adam Jones, alla sezione ritmica di Danny Carey, al basso di Justin Chancellor. Maynard è il regista dietro le quinte, la sua voce è un accento, una precisazione necessaria ad un discorso già avviato.

Dal punto di vista tecnico l’album è a dir poco mostruoso: la chitarra di Adam Jones si mantiene essenziale, semplice ed efficace ma costituisce lo scheletro di ogni pezzo. Senza perdersi in virtuosismi eccessivi, svolge letteralmente il ruolo di solista per la maggior parte degli 80 minuti di musica presenti nell’album, e lo fa con una potenza a dir poco sconcertante. A supporto di questo protagonismo musicale è presente una sezione ritmica incredibile e sfaccettata, che non teme i cambi di ritmo e il polimorfismo, piazzandosi di diritto nella top ten delle migliori esecuzioni ritmiche degli ultimi anni. Notevole anche l’apporto fondamentale del basso, che in questo album è molto più presente rispetto a quelli precedenti, conferendo una nota scura, cupa ma calda all’intera produzione.

Per quanto riguarda i testi, questi sono mantenuti minimali ed essenziali, in linea con il ruolo marginale di Maynard. Nonostante la riduzione all’osso dei concetti, pochi ma buoni, il senso dell’album è chiaro: il tema è la lotta interiore, volta a soddisfare il bisogno di crescere e liberarsi delle catene che la tranquillità dei tempi odierni ci impone. Tutto ciò può essere inteso con un duplice significato: sia come critica al contesto politico e sociale odierno, sia come necessità intimistica di evoluzione personale e spirituale. Ricorrente è il numero 7, numero esoterico che nel Buddhismo indica completezza. Perfino i tempi della sezione ritmica sono spesso 7 o i suoi multipli.

Fear Inoculum, primo brano dell’album dalla ritmica spiccatamente tribale, ci comunica la paura di rimanere intossicati dal veleno di una brezza di novità. Il contatto con l’alterità, l’apertura verso ciò che è sconosciuto, spaventa e viene vissuto come un potenziale pericolo da cui proteggersi. Tuttavia, la stasi esistenziale non può reggere a lungo, ed ecco che emerge la necessità di guardare oltre sé stessi, di domandarsi cosa ci sia al di là delle proprie catene auto-imposte con Pneuma: qui il desiderio di protezione della propria identità si sposta verso un desiderio di rivalsa, una curiosità verso l’ignoto (Pneuma/Reach out and beyond/Wake up, remember).

Mettersi in discussione sposta il focus verso il passato con il pezzo Invincible: da un punto di visto musicale, il crescendo della sezione ritmica e vocale non ha nulla da invidiare alla gloria del passato. Il brano termina la sua corsa con un finale psichedelico e distorto. Ma dal punto di vista lirico l’antica forza posseduta in passato è solo un ricordo di cui andare fieri, un fantasma dai contorni sbiaditi alimentato dalla mitizzazione del proprio Io. La visione romantica e romanzata di sé stessi è dolorosa e necessita di essere superata (Tears in my eyes, chasing Ponce de León’s phantoms/So filled with hope, I can taste mythical fountains/False hope, perhaps, but the truth never got in my way/Before now, feel the sting, feeling time, bearing down).

In Descending, caratterizzata da una partenza quasi timida, la coscienza conosce sé stessa e si rende conto di essersi ammantata di una gloria fittizia, costruitasi da sola e che l’ha resa apatica. Il desiderio di risveglio diventa lampante, sottolineato da ritmi tribali e una voce misurata ma di grande presenza. Sono presenti forti distorsioni e cambi ritmici ma la chitarra è la vera voce del pezzo: lo spirito discende nelle profondità di sé stesso per prendere coscienza del suo intimo bisogno di svegliarsi dal torpore (Stir us from our/Wanton slumber/Mitigate our ruin/Call us all to arms and order).

Ma, per citare Nietzche: “Se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”. Così, in Culling Voices, la coscienza che guarda a sé stessa e scende nelle profondità della sua intimità scopre di essere fondata su costrutti fasulli, su appropriazioni personali di ipotesi, teorie e conversazioni mai avvenute. Le fondamenta sono scosse, sgretolate e messe in discussione. La svolta può avere inizio.

Il percorso si conclude con 7empest, un pezzo aggressivo in cui musica e voce si fondo nel picco massimo, complementari e piene di forza in virtù del sentiero spirituale percorso. La coscienza si è svegliata e rifiuta apertamente la finta serenità di cui si era ammantata in precedenza. La tranquillità è una menzogna che ci assopisce in uno stato di immobilità, di paralisi. La tempesta arriva e sconvolge la piattezza di una calma costruita a tavolino, millantata come necessaria ma dannosa. Essa è inarrestabile, distrugge tutto ciò che incontra e fa piazza pulita, spianando la strada ad un’autentica rinascita.

In accordo con la tematica profondamente spirituale, lo stile dell’album è cupo, intimo, psichedelico. Alla luce dell’analisi del tema affrontato, diventa evidente come la voce di Maynard non potesse che essere il sussurro della coscienza che trapela in superficie, mentre l’emozione, il dubbio profondo, la spinta primordiale verso il cambiamento e la libertà sono appannaggio della musica, veicolo perfetto per il tumulto di uno spirito che lotta per emergere.

Fear Inoculum è un prodotto maturo e innovativo, perfettamente inserito nel momento storico odierno (laddove le parole non bastano più occorre lasciar parlare i fatti, cercare una spinta materiale che promuova una svolta autentica) e nel momento artistico della band. I Tool mantengono la loro identità ma la plasmano sulla mentalità di un gruppo di adulti alle prese con il dramma silenzioso e tumultuoso della maturità. Se, a primo ascolto, l’ultima fatica del quartetto di Los Angeles può sembrare meno impattante di album storici come Aenima o Lateralus, ad uno studio più attento e raccolto è evidente come si tratti invece della naturale evoluzione della discografia del gruppo. Allo shock, allo sconcerto e al disgusto percepiti in gioventù devono necessariamente seguire il raccoglimento, l’autoanalisi, la disperazione intima e personale, perché si possa trovare lo slancio concreto che porta al miglioramento e alla maturazione.
In un momento storico di slogan, opinioni urlate ai quattro venti ed esibizionismo disperato, la vera ribellione non può che essere intima, misurata a parole ma concreta nei fatti. Come l’ultimo album dei Tool.

– Ilaria Tagliaferri