Gente del sud: il romanzo di matrice verghiana di Mastrolonardo

Ci vuole del grandissimo coraggio per affiancarsi a un pilastro della letteratura italiana come Giovanni Verga, il rischio è lo stesso che si corre quando ci si avvicina al fuoco: scottarsi, accartocciarsi la pelle, ridursi in cenere.

E Verga lo si respira molto in “Gente del Sud: storia di una famiglia”, a partire dal nome del patriarca di questa grande famiglia pugliese, Bastiano, uno dei protagonisti dei Malavoglia. Di simile possiamo ritrovare la forza fisica, ma a differire è il carattere: se quest’ultimo viene ricordato per la sua tenacia morale, per la sua obbedienza al padre, il Parlante è ligio solo a sé stesso e ricalca più i passi di Padron ‘Ntoni.

In Bastiano si legge quella spasmodica voglia di riscatto sociale, di acquisizione di benessere, di “abbandonare la coppola per il cappello”: la “roba” che accumula Mazzarò si tramuta nella terra tanto anelata da Parlante, ricercata come l’aria quando si soffoca, così fondamentale da giocarsi finanche la vita del giovane nipote, l’unico che indossava il suo nome.

Come i Malavoglia perdono i loro lupini in una tempesta, così i Parlante della prima generazione diranno addio a tutto il loro raccolto per la fillossera, insetto che attacca inesorabile le viti Pugliesi. E c’è Verga anche nella descrizione di Attilio, “rosso di capelli e di spirito”, che con un filo sottile ci riconduce a Malpelo.

Ma uno spartiacque c’è: prima di tutto lo spirito dell’autore, il periodo storico in cui è ambientato, il linguaggio attuale e l’epilogo del Romanzo che veicola un messaggio profondamente differente.

Nel romanzo verista viene dipinta la realtà con il metodo cavilloso di Leonardo da Vinci, rappresentandola nelle sue contraddizioni, nella sua cruda tangibilità, senza filtri, senza appianarne le rughe, ma si pennella un quadro dalle tinte cupe il cui scopo è sottolineare una “depressione storica” caratteristica di una Sicilia che non aveva luminosità né nel suo presente né ad attenderla nel futuro. La famiglia Parlante attraversa invece il Novecento con determinazione, con lo spirito di chi vuole migliorarsi e ci riuscirà, con la voglia di riscatto che ti porta a ponderare le scelte ed utilizzare il lascito di un nonno come monito per evitare di compiere gli stessi errori.

Il romanzo di Raffaello Mastrolonardo è un libro che ha corso il rischio di diventare polvere, ma che ha retto brillantemente il parallelismo con uno dei Grandi del nostro panorama letterario.

Troveremo le differenze nei caratteri dei protagonisti, volti con intensità particolari, classi sociali che si fondono, le contraddizioni di ogni momento del Novecento italiano, dallo spreco di esistenze umane della Grande Guerra al veleggiare del Fascismo sul dolore di una Nazione, il modo personale di percepire nell’anima il vento gelido della morte così come il calore lavico dell’amore.

Un Romanzo che va letto lasciandolo decantare, concedendogli i suoi tempi, condire con il silenzio il racconto della sua lezione, quella della Storia, quella del tempo, quella degli avi che insegnano ai nipoti a non inciampare nelle loro stesse buche.

-Lisa Pisani