Gumbo BOX live ad Alphaville, tra Rockabilly e Punk. Ed è subito festa!

Rock Is Dead è il titolo di un brano dei The Doors, poi ripresa da Marylin Manson e divenuta, nel tempo, un’affermazione riportata da chiunque voglia segnare uno stacco con la musica anni ‘70/80. Eppure, non esiste genere musicale che, come il Rock’ n Roll, sia stato fonte di ispirazione e di rielaborazione anche da parte di nuove band.
Proprio quello che i Gumbo BOX ci hanno proposto nel live tenuto da Alphaville il 19 gennaio: la band, composta dai fratelli Nik (chitarra e voce) e Alberto (batteria) Maffi e da Luca Rancati (basso), ha da poco rilasciato il suo primo album: Nel Ventre Di Muzak, 11 brani di cui 6 originali e 5 cover anni ‘50/60, registrato e mixato in Elfo Studio e uscito ufficialmente il 13 dicembre 2019.

La band, che ha al suo attivo tre live, è quindi di recente formazione ma i fratelli Maffi e Rancati dimostrano una padronanza degli strumenti e una carica contagiosa che, attraverso il ritmo, si trasmette al pubblico che partecipa, balla e canta con loro.
I vari pezzi vengono presentati e introdotti da Paolo Apollo Negri, che ci porta a scoprire il perché del nome della band: a parlarne è Nik, che spiega che il gumbo è una zuppa tipica che ha avuto il piacere di assaggiare durante un viaggio in Louisiana, a base di gamberi, riso e altri ingredienti. Ed è proprio la Louisiana, in particolare New Orleans, attraverso le sonorità del Reggae, del Blues e del Jazz, insieme al Rock’ n Roll, che ha ispirato il primo album dei Gumbo BOX, tant’è che la copertina riporta proprio l’immagine del piatto.

La musica dei Gumbo BOX è una vera e propria carica di energia: la chitarra di Nick è uno strumento che quasi vive di vita propria tra arpeggi, distorsioni e veloci cambi di ritmo; Nick stesso canta ed interagisce col pubblico e con i compagni. 11 i pezzi suonati e subito si viene coinvolti in un’atmosfera che riporta al rockabilly, al Rock’ n roll con un misto di Punk e di Reggae.

La scaletta, che comprende le 11 tracce del disco, si dipana tra cover e pezzi originali, testi e musica composti da Nick, tra cui colpiscono particolarmente per originalità Rosa Parks, dedicata all’attivista di colore statunitense impegnatasi nella lotta per i diritti civili, che per prima rifiutò di cedere il posto a un bianco su un autobus: un inno dedicato ai valori di uguaglianza e di solidarietà. Tokio Girl, che ha trovato ispirazione da un viaggio in Giappone, e in cui spicca un’intro che riecheggia suoni e atmosfera nipponica e che lascia spazio poi allo scatenarsi della chitarra, del basso e della batteria, sui cui piatti picchia con energia Alberto mentre Nick e Luca si lanciano in una divertente performance canora che ricorda i banzai giapponesi.
Per un’ora ad Alphaville si vive un’atmosfera gioiosa, spensierata, quella che la musica suonata per divertirsi e per divertire sa dare.

E quindi… al prossimo appuntamento!

 

– Rosanna Marinelli

Un’immagine tratta dal video musicale di Come Together, pubblicato nel 2018

Di Paul Mc Carney abbiamo Oh, Darling! E Maxwell’s Silver Hammer, la prima un po’ banale mentre la seconda decisamente cupa.

La grande sorpresa dell’album è però George Harrison che dispiega qui le sue doti di autore con Here Comes The Sun , splendido messaggio di speranza in un mondo migliore, e Something, proposta inizialmente a Joe Cocker e che diverrà successivamente la canzone dei Beatles con più cover.

Il lato B dell’album vede l’accoppiata Lennon-Mc Cartney alle prese con un medley, una sorta di gioco compositivo fatto di rimandi, fraseggi, accenni; brani come You Never Give Me Your Money, Sun King, Mean Mr. Mustard,Polythene Pam, She Came In Through the Bathroom Window, Golden Slumers, Carry That Weight ci riportano a John e Paul dei primi tempi ma con una maturità artistica e una maggiore consapevolezza compositiva.

E poi arriva The End, a chiusura del medley e della storia dei Beatles : “And in the end the love you take is equal to the love you make”, (e alla fine, l’amore che prendi è uguale all’amore che dai).

Questo il disco e la sua storia. Ma non si può concludere questa chiacchierata su Abbey Road senza parlare della copertina dell’album, su cui è nata la leggenda della morte di Paul Mc Cartney, sostituito secondo i sostenitori di questa ipotesi da un sosia.
I quattro lasciano gli studi e attraversano la strada in fila indiana sulle strisce pedonali più famose della storia della musica.

John è a capofila, vestito di bianco con le mani in tasca e leggermente ingobbito, come chiuso in se stesso, quasi un gran sacerdote che deve officiare un rito; segue Ringo, vestito di nero come un impresario di pompe funebri, poi Paul elegantemente vestito di blu ma scalzo, come lo erano i defunti pronti per la sepoltura in Inghilterra; chiude la fila George, vestito tutto in jeans (il becchino?).
Sullo sfondo un Maggiolino parcheggiato, con la targa LMW281F, in cu i 28 indica l’età di Paul , LMF “Linda Mc Cartney Weeps” (Linda Mc Cartney piange). Dal lato opposto si vede una macchina nera che ricorda un’auto morturaria.

Al di là della leggenda nera, se di funerale o di addio si può parlare, è quello alla band, i cui componenti decidono di separare i loro destini, pur lasciando un segno profondo nella storia della musica.

-Rosanna Marinelli