Hill House protagonista di un film in bianco e nero del 1963: Gli Invasati

E noi che abitiamo qui, vi abitiamo soli… sempre soli.

Cos’è casa se non il posto più sicuro al mondo? E se fosse una prigione? E se fosse la vostra stessa casa a darvi la caccia? E se foste voi?

Così come Il Mistero della casa sulla collina, o lo Stephen-King-iano Red Rose, la protagonista assoluta è ancora una volta una villa. In particolare Villa Crain, Hill House.

In effetti di Villa Crain esistono diversi adattamenti, passando da Haunting – Presenze, del 1999 film candidato ad una grandissima quantità di Razzie Awards pur contando un cast come Liam Neeson (che in questo caso non vendica nessuno), Catherine Zeta Jones, Lili Taylor e Owen Wilson; fino al recente The Haunting of Hill House, miniserie capolavoro Netflix di cui si è parlato davvero tanto negli ultimi tempi.

Traggono tutti ispirazione dal romanzo The Haunting of Hill House, del 1959, di Shirley Jackson noto in Italia anche come La casa degli Invasati, definito per la sua eleganza e raffinatezza uno dei più famosi racconti di fantasmi della letteratura del XX secolo, in grado di superare i confini del genere horror ed avvicinarsi a capolavori della ghost story come Il giro di vite di Henry James.

E se anche qui qualcosa vi suona familiare, la nostra cara Netflix ha da poco aggiunto alla sua scuderia un piccolo gioiello intitolato The Haunting of Bly Manor, del quale il nostro ectoplasmatico Fraga disquisisce eloquentemente proprio qui: https://magazine.imatv.it/the-haunting-of-bly-manor/.

Come vedete, sempre una villa con un oscuro passato carico di dolore. Sempre Hill House. Personaggi a volte simili, a volte completamente diversi.

In questa sede ci occuperemo de Gli invasati (The Haunting), film del 1963 diretto da Robert Wise (West Side Story, Tutti insieme appassionatamente, Ultimatum alla Terra, l’originale del 1951… “Klaatu verata ni…rvana”, per intenderci) un uomo abbastanza poliedrico come potete vedere, e che raramente confeziona qualcosa che non è assolutamente superbo.

Anche in questo caso si tratta di un thriller horror paranormale di grande stile e grande effetto se consideriamo soprattutto che, per essere degli anni 60, è ancora una pellicola da guardare e conservare. Raffinato tanto quanto la carta stampata, riesce a coinvolgere tutti i sensi in una danza tra realtà e suggestione con una grazia ed un’eleganza senza pari.

Negli anni Hill House si è costruita una fama davvero ben poco meritevole: morti violente, suicidi, incidenti. Chiunque trascorra del tempo tra le sue mura finisce con l’impazzire o col morire. Spesso entrambe le cose.

Ed è proprio tra quelle mura prive di angoli retti e pendenze inusuali che l’antropologo John Markway, specializzato nello studio del paranormale, vuole verificare e studiare dal vivo tali effetti, con l’aiuto dell’erede della proprietà e di alcuni soggetti “sensibili” nella speranza di incanalare ed amplificare le presenze soprannaturali della casa: Eleanor, fragile donna distrutta dal senso di colpa per la morte della madre (tirannica e troppo autoritaria) che finirà con l’instaurare un rapporto molto strano con la magione; e Theodora, una ragazza giovane, impudente e sicura di sè.

In un crescendo di tensione, dato da inquadrature distorte e ipnotiche e da una fotografia in bianco e nero eccezionale, assisteremo al progressivo sfacelo dei nostri protagonisti, conosceremo le loro debolezze, scopriremo delicate dinamiche di attaccamento e repulsione, gelosie, e soprattutto proveremo quel senso di solitudine reso ancora più marcato da porte che cigolano, strani spifferi d’aria gelida, rumore di passi e gorgoglii dentro ai muri. E qui, merito indiscusso anche del comparto sonoro, che ci renderà incapaci di discernere cosa si vede da cosa si pensa di vedere.

L’incredibile bravura degli attori ci porterà in perenne bilico tra il confermare l’esistenza di creature paranormali e insinuare il dubbio che sia tutto suggestione: tutto è reale e irreale allo stesso tempo.

Non c’è modo migliore per descrivere il film che con le parole dei protagonisti stessi, in particolare di Theo, che centrerà il punto con poche ma chiarissime parole: senso di orrore accompagnato da un freddo intenso. Esattamente quel che proverete.

Lo spettatore viene tirato in ballo in una pellicola invecchiata decisamente bene, tanto da essere ancora oggi un must per ogni cinefilo che si rispetti.

Lo stesso re del brivido (Stephen King) non lo considera semplicemente uno dei suoi film preferiti, arriva addirittura a definirlo come “uno dei pochi radio horror movies”, giacché in grado di spaventare anche solo con l’udito.

Abituati come siamo agli horror moderni, agli effetti speciali e al vedo/non vedo esplicitato, la completa assenza di effetti speciali non ostacola in alcun modo la storia o quel sentimento di tensione così ben costruito tra fotografia e musica. Ambiguo al punto giusto, ci riempirà la testa di domande, soffermandosi più sulle nostre paure che sugli spiriti che infestano hill house.

Si dice che a volte sia meglio non sapere, e in questo caso il dubbio ci perseguiterà in una danza eterna fino alla tomba.

-Phill