I Miserabili: il cocktail esplosivo della violenza

Uno spaccato delle contraddizioni della Francia moderna, raccontata in stile essenziale e poco retorico dal regista Ladj Ly, oriundo dei sobborghi di cui narra.

Ispirato alle sommosse che hanno interessato Parigi nel 2005, I Miserabili sbatte in faccia allo spettatore il degrado e la crescita esponenziale, complessa e frammentaria delle banlieu come quella di Montfermeil, in pieno contrasto con la grandeur parigina e l’integrazione forzata, ipocrita, che stride tra violenza e abbandono, e si dipana in lotte tra poveri per il controllo delle misere risorse. Un brulichio infernale dove bene e male sono indissolubilmente legati e hanno contorni spesso indefiniti.

Sono questi “i miserabili”, facendo il verso a Victor Hugo che vedeva il riscatto della società proprio negli ultimi, qui presentati da un lato come martiri del sistema ma, in maniera più latente, anche come prossimi carnefici di un equilibrio inesistente.

Ladj Ly è figlio del suo tempo nello sfruttare una multifocalità orizzontale e verticale.

Campi lunghi ci introducono alla roboante retorica della Francia multiculturale che si unisce nel tifo per la nazionale di calcio (un parallelismo che dovrebbe far riflettere anche noi italiani), un mondo di “uguali” come lo vorrebbe l’agente Ruiz, idealista, che cerca nella metropoli una realizzazione familiare e lavorativa. Prospettive orizzontali spezzate da realtà ben più verticali, come la brama di potere e ricchezza di “Sindaco” e della sua banda, che cercano di affermarsi come boss del quartiere gestendo dallo spaccio fino al semplice posizionamento delle bancarelle del mercato, mantenendo tuttavia una facciata bonaria e “accettabile” agli occhi delle autorità.

E ancora una finta quiete come quella in cui vive l’islamista Salah, delinquente “redento”, leader dei Fratelli Musulmani e schedato come pericoloso per i suoi sermoni, che dispensa indistintamente ad adulti e ragazzini; e poi proprio loro, i ragazzini, figli di tutti e di nessuno, permeabili al bene e al male, che diventano più o meno inconsciamente la miccia di una situazione esplosiva.

E’ a tutti gli effetti un “Training Day” (Antoine Fuqua, 2001) alla francese, meno hollywoodiano ma ben più vero, che si dipana in un labirinto fatto di sbirri corrotti e compiacenti e delinquenti di varia caratura, tutti accomunati dalla necessità viscerale di affermazione, per non essere schiacciati né dagli altri né dal sistema. Una tensione latente, palpabile, fatta anche di sguardi e silenzi.

Si salva da questa bolgia chi sta in alto, sui tetti, alla ricerca di uno spazio “proprio”, ma solo provvisoriamente. Una realtà “uranica” che non nasconde però le proprie colpe e che in attimo viene strappata al blu per diventare parte essenziale dell’intera vicenda, coscienza, addirittura arma.

I Miserabili”, nella sua essenzialità quasi documentaristica, cattura l’attenzione dello spettatore ponendolo davanti ad un conflitto aperto: accettare il fallimento sistemico della convivenza forzata, in un mondo dove importa avere ed arrivare piuttosto che coesistere, un mondo dove tutto sembra accessibile e immediato senza realmente esserlo, in maniera frustrante, oppure girare la faccia dall’altra parte intonando La Marsigliese.
Sono queste le domande che probabilmente si fa l’agente Ruiz, e sono queste le domande che dovremmo porci, posti davanti al fatto che nel 2020 abbiamo contribuito a creare città nelle città, con strutture e ambizioni proprie. Se Hugo narrava di una popolazione che lottava per la liberà, Ladj Ly racconta invece di parigini che lottano per la libertà di rimanere nei loro ghetti, perchè in essi sono “qualcuno”.

Aggiungiamo a questo un conflitto generazionale, con ragazzini privati dell’infanzia e trasformati in piccoli credenti e soldati, e avremo il cocktail molotov perfetto per incendiare chi è arrivato al limite della sopportazione. Magari a 12 anni o giù di lì. E un bambino altro non è che terreno fertile, dalla mente aperta e permeabile al bene e al male. Una spugna che si imbeve il più possibile di… Pietà? Violenza? Senza barriere, senza scrupoli. Una cosa che fa riflettere ma mette anche paura.

 

-Alessandro Saponaro