Il folk primordiale dei DropKick Murphys live @Alcatraz

Una serata celtic punk a Milano!

Ken Casey (center) and the Dropkick Murphys rehearse before the Boston Pops Fourth of July concert in 2012.AP/STF Photo by Bostonglobe

Tutto esaurito per i Dropkick Murphys, gruppo celtic punk di Boston, che il 17 febbraio è tornato a scaldare la pietrificata Italia all’Alcatraz di Milano.

L’apertura è affidata ad un binomio sicuramente vincente: Jesse Ahern per primo, e successivamente l’attesissimo Frank Turner, ottimo antipasto per un concerto dei Dropkick Murphys, vista la sua inesauribile energia abbinata ad una musica folk travolgente. Una splendida scoperta, apprezzabile sia col progetto band Sleeping Souls sia da solista (anche se forse più insicuro e meno convincente).

Quando si spengono le luci, parte il classico urlo ritmato, sempre più crescente “Let’s go Murphys” e sulle note di Foggy Dew suonata da Chieftains e Sinead O’Connor salgono i DKM, che giocano subito in attacco con The Lonesome Boatman, svelando in prima mano quale sarà il mood della serata.

Quel che si dice “calare l’asso”.

Il primo colpo ai reni arriva con il secondo pezzo: The Boys Are Back, l’intero Alcatraz impazzisce, parte un pogo selvaggio, e confuso. L’ acceleratore spinto sul lato punk della band, che suona ben ventisei brani in circa un’ora e mezza e il pubblico, quello vero, impazzito e partecipativo.

La cosa strabiliante del concerto è la totale assenza di vuoti o tempi morti, ogni canzone muore nella successiva che sembra nascere dalle ceneri della precedente, il livello tecnico è ammirevole, la presenza scenica invidiabile e sicuramente la scelta di suonare parecchie cover veterane della musica è vincente.

D’altronde, non è anche questo il significato della “musica folk”? Quella del popolo?
Rievocare emozioni ed istinti primordiali con canzoni che si conoscono da varie generazioni?

Il loro repertorio è ampio e di alto livello. Non si tratta di una band che ha azzeccato un paio di canzoni o un genere musicale specifico, bensì di un gruppo in giro dagli sgoccioli degli anni ‘90 e che non ha, a mio avviso, mai sbagliato un singolo album.
Anche i due nuovi brani segnano indelebilmente il palco, e Smash Shit Up è un nuovo classico da cantare sbronzi in aperta campagna, magari coperti solo da un kilt e possibilmente con amici punk di vecchia data.

– Giulia Moschini