Il Rituale: un mostro, il rimorso e pochi passi nel “forest movie” di Bruckner

In un periodo storico non certo caratterizzato da particolare inventiva quando si parla di trame o di “design dell’Horror”, Il Rituale (The Ritual, 2017) di David Bruckner riesce comunque a catturare l’attenzione e a conquistarsi un discreto plauso, pur senza ambire al podio.

E’ un film che parte con le classiche (un po’ annose) premesse di tanti altri “forest movies”, e onestamente, giunti al 2017 ci si aspetterebbe che la letteratura e la filmografia di genere inizi a tenere conto delle “brutte esperienze” di tanti protagonisti di simili modelli, insomma, una “cultura pop” all’interno del film, con qualche rimando magari a vari Bear Grylls e compari.
Se si ascoltasse la voce del buon senso, e si volesse abbandonare un attimo lo stereotipo, nessuno prenderebbe mai la scorciatoia, mai entrerebbe in una casa abbandonata nel bosco piena di idoli e rune, con carcasse sanguinolente appese agli alberi circostanti. Ma stiamo divagando, ed è forse chiedere troppo. Insomma, l’ambientazione è consueta e la trama “anche”, tuttavia ciò che colpisce è non tanto un plot twist, bensì un significato recondito che andrebbe individuato.
E’ un film che parla sostanzialmente di vigliaccheria (comprensibile? forse…) e di quel mostro nero che si chiama rimorso, che ci accompagna per tutta la vita e non ci abbandona, che esige sempre un prezzo da pagare.

Il rimorso è un demone che ci insegue e perseguita, e la vigliaccheria è un mostro che ci sfigura agli occhi delle persone che ci amano, che perdono la capacità di comprenderci, di immedesimarsi nell’animale-uomo, molto reale e molto terra-terra.

The Ritual, da molti avvicinato a The Blair Witch Project, a Vvitch, con un richiamo anche a The Descent, è un prodotto interessante che raccoglie in sé elementi non banali.
Da una parte il conflitto civiltà-bosco, sintetizzabile anche in raziocinio-istinto, uomo-animale.
Campi lunghi e primi piani, che enfatizzano la realtà immensa ma al contempo claustrofobica delle foreste di conifere nordiche, tutte uguali, apparentemente infinite, amorfe. Alberi che svettano verso il cielo, una via di fuga impraticabile, ma che “contengono” l’azione come sbarre di un serraglio. Foreste morte (i pini fitti vivono grazie alle fronde più alte), scheletrite, aride pure durante i temporali, ulteriormente caricate di aura negativa da rituali pagani e da una conseguente rocambolesca fuga verso la salvezza, in cui i segni di civiltà sono tuttavia elementi di terrore e pericolo, un elemento ben sfruttato anche da flashback che pongono il protagonista (uno solo, Luke, in realtà) davanti al suo passato e alle sue scelte.
L’elemento naturale è strumentale ad un viaggio nel profondo dell’inconscio e della propria anima, quasi che addentrarsi nel bosco, privandosi della maschera e dello stereotipo di cui ci carica la società, simboleggi invece farsi strada nella propria anima, e uscirne a pezzi o rinati.
La dinamica corale è sagacemente smembrata passo passo, una sorta di selezione dove solo il più forte (o il più debole, apparentemente) sopravvive.


The Ritual è un horror di persone, di esseri umani mediamente insopportabili. Persone dal latino “persona”, maschera, essere umano come entità biologica, che respira, ama, soffre, trema. Reale, vera. Quattro amici che partono per una serata cazzeggio e alcohol, si ritrovano dopo poco probabilmente in commissariato a spiegare perchè nessuno (non solo Luke) non ha mosso un dito per evitare l’omicidio di un congiunto, e in maniera molto maschia decidono di esorcizzare il tutto facendo escursionismo nella Lapponia svedese, in un posto allucinante non tanto per la sua natura “disumana”, bensì perchè costringe 4 uomini adulti, cresciuti insieme ma le cui strade si sono divise, a connettersi di nuovo come una volta, a ritrovare una complicità che probabilmente nessuno vuole realmente restaurare.

Invece di ricamare sullo splatter per tutta la durata dell’azione, l’elemento terrificante è diluito in maniera più sottile e creativa presentando “il mostro” con dettagli: occhi luminosi nell’angolo dell’inquadratura, fronde che si muovono, rumori sospetti, l’imponenza di qualcosa che potrebbe essere un albero, ma potrebbe anche non esserlo. Personalmente mi son messo un paio di volte a rimandare indietro il film alla ricerca di qualche elemento in un campo lungo un po’ troppo lungo. La cosa sinceramente avvince, funziona, più della sterilità di 4 manichini che si detestano in maniera nemmeno troppo recondita, perchè si accusano tra di loro, fanno comunella solo nel terrore, ma in realtà nemmeno troppo. Quell’umanità che, diciamolo, tutti noi ad un certo punto vorremmo sonoramente mandare a cagare, fatta di gruppi di whatsapp tra ex compagni di scuola o colleghi di lavoro, quella dimensione “politica” che ci impedisce di tirare realmente fuori ciò che siamo, di esprimere i nostri sentimenti e le nostre paure.

Il film, senza scendere nello spoiler, probabilmente terrorizza di più nel suo lato umano portando avanti l’idea che il vero mostro siamo noi e sono le persone che ci stanno accanto. Il mostro, animale da cui scappiamo, è l’istinto che abbiamo represso nella civiltà e nella società, destinato a riemergere però nei momenti di sofferenza e terrore. Un’esistenza avvelenata dal senso di colpa, dall’incapacità di vivere lo stereotipo e fare “quello che gli altri si aspettano da noi” forse terrorizza più di una creatura silvana semi-divina e assetata di sangue, e onestamente viene da chiedersi se Il Rituale non sia in realtà solo l’allucinazione isterica di un uomo crollato sotto il peso del rimorso e della responsabilità imposta.
Insomma, il dubbio resta, pur nel ricamare su riti pagani norreni e bestie fantastiche. Perchè Luke? Perchè proprio lui, il più fragile, l’indegno?

SPOILER ALERT

Se volete farvi del male e spoilerarvi una parte del finale, guardate questo film facendovi una domanda e cercando di darvi una risposta mentre guardate il film: cosa accomuna i pagani e il protagonista? L’accettazione di aver lasciato morire una persona cara per riuscire a sopravvivere, pur con un rimpianto perenne e un’accusa eterna di codardia?
E’ di questo che “il mostro” si nutre? Il mostro è una bestia orrenda che sfrutta la parte più triste di noi, ma al contempo nutrendosene ci salva?

Ma poi, alla fine, questo mostro esiste, l’intera vicenda esiste, o è una grande allucinazione dettata dalla fame e dal freddo, dalla paura e dalla disperazione, ma soprattutto dallo strazio di Luke, il vero mostro che elimina tutti i suoi ex amici, responsabili di averlo condannato ad un eterno senso di colpa? A voi il giudizio.

 

-Alessandro Saponaro