Kings of Leon nel nuovo album alla ricerca di una (fiacca) innovazione

Proprio il 5 marzo 2021,è uscito When you see yourself, l’ottavo album di inediti della rock band Kings of Leon, disco che è stato anticipato dai singoli The bandit e 100,000 People.

Con When you see yourself, il gruppo racconta la sua evoluzione nel sound e torna sul panorama discografico dopo quattro anni dall’ultimo album Walls, che ha debuttato in cima alle classifiche americane.

Il nuovo disco, prodotto da Markus Dravs, è stato registrato nei celebri Blackbird Studios di Nashville ed è stato lanciato con una campagna davvero innovativa. I Kings of Leon hanno infatti annunciato When you see yourself attraverso una speciale T-shirt completa di tracklist e testi delle canzoni dell’album, che è stata spedita per posta ad alcuni fan selezionati, lasciando poi che il furore irruento dei social facesse il suo spietato corso. La band ha onorevolmente sfruttato l’occasione per raccogliere fondi per il Live Nation’s Crew Nation, il fondo a sostegno dei lavoratori dello spettacolo.

Per quanto mi riguarda l’album mi ha lasciata perplessa, dal mio punto di vista potrebbe essere una sorta di diamante allo stato grezzo.
C’è qualcosa nel legame filiale fra i pezzi che crea una certa coesione. Forse quella comprensione inespressa fra i membri, crea una connessione telepatica che consente loro, in senso musicale, di evitare di calpestarsi a vicenda, anzi consente loro di rafforzarsi e talvolta di compensarsi.

La sezione ritmica alla Brady Bunch mantiene le cose scarsamente collegate, prima che il vicino della porta accanto – il chitarrista Matthew Followil – intervenga per colmare le lacune. A livello melodico, l’impressione che mi ha dato il disco è proprio questa, una continua compensazione.

Per quanto riguarda i testi, l’album è ricco di immagini “cogli l’attimo” : da Golden Restless Age alla carica di Echoing, c’è un senso costante di Carpe Diem e Memento Morì; devo dire però, che non risulta essere così triste come sembra.
Ciò che non mi ha entusiasmato invece, è questa sorta di “calma piatta” che la band sembra accusare ormai da qualche anno. Una cosa che non avresti mai potuto dire dei Kings of Leon è che non fossero in grado di sorprendere e innovare, questa abilità potrebbe essere apparentemente smorzata negli ultimi pochi album, forse a causa di una crisi di identità della band, una confusione di direzione o chissà cosa; i KOL erano i maestri del cambiamento e della crescita (vedi la transizione dall’album Aha Shake Heartbreak a Why of the Times) ma di questi tempi il rocesso creativo sembra solo un po’ faticoso e stanco.

Tuttavia, volendo dare un barlume di speranza, mi sembra di poter dire che finalmente si stiano sistemando di nuovo nel loro ritmo, anche se non come ci si aspetterebbe da un gruppo di questo calibro.

When You See Yourself è il suono di una band felice di dove si trova ma che ha ancora fame e urgenza di non adagiarsi sugli allori.
Forse raccontando in breve alcune tracce, potrei rendere meglio l’idea.

The Bandit, probabilmente una delle tracce più degne di un singolo del disco, è una specie di Kings of Leon classico medio per le masse, piuttosto che per i ragazzi più giovani disposti a sperimentare un po ‘: ha ancora i suoi momenti di destrezza, con una lucentezza che si eleva al di sopra delle chitarre cariche di riverbero e del coro grazioso, ma risulta essere un po’ generico.

Anche se ci sono alcune tracce di riempimento, questo non significa che l’album non sia privo di successi, e sembra davvero l’inizio di un ritorno alla forma per la band.

Time in Disguise riesce a usare note eteree e paesaggi sonori delicati per costruire alla perfezione, prima di colpire forte con un ritornello ben strutturato. Claire & Eddie, è decisamente la traccia più delicata e acusticamente stratificata.
Il disco si conclude con il ritmo lento e atmosferico di Fairytale, attingendo a suoni di sottofondo sintetici e archi delicati per inviarti sulla tua strada attraverso un paesaggio sonoro da sogno, che accarezza l’anima e dà speranza per il futuro di una band di grande talento.

-Giulia Moschini