Kurt Cobain: l’eredità artistica e umana di un ragazzo di Seattle

Oggi mi si sottopone un tema molto difficile, il 5 aprile di ben 26 anni fa moriva Kurt Cobain nella sua città-simbolo: Seattle.
Kurt ne aveva 27  di anni quando è morto, quando ha deciso di creare questo vuoto artistico e musicale, non solo nella sua generazione, ma anche e soprattutto in quella successiva.

Se c’è una band che ha condotto, più di ogni altra, quella parte di società giovane e irrequieta verso il mondo della musica e della chitarra, questa è sicuramente la realtà Nirvana.

Tra i più noti e celebrati esponenti del grunge, i Nirvana hanno contribuito anche ad alimentare la passione per il vintage, concentrando le attenzioni del giovane pubblico non solo intorno a un genere, a una mentalità e uno stile di vita ma anche intorno a una chitarra in particolare, divenuta in breve uno dei simboli distintivi del gruppo: la Fender Jaguar.

Pensando a Kurt Cobain come artista e personaggio viene da riflettere su tante cose: sul suo genio, la sua compassione, la sua ambizione e l’eredità che ha lasciato e che dura da decenni, un tempo ben più lungo della sua stessa carriera.

Ma di tutto ciò cosa ci rimane? Un ragazzo particolarmente dotato? Un artista più unico che raro? O forse anche l’immagine di un ragazzo che ha visto la sua vita cambiare completamente in troppo poco tempo (la triste storia di un Olimpo scalato con troppa durezza pare essere un cancro inguaribile del mondo dell’arte).

In mezzo a tante distrazioni potremmo decidere di concederci l’opportunità di considerare come quest’uomo fosse in realtà un simbolo, un concetto astratto troppe volte stuprato dal vendibile e dalla mercificazione che non era pronto a sostenere, che nessuno sarebbe stato in grado di sostenere. Non abbiamo comunque esempi che dimostrino il contrario.

Kurt  si toglie la vita uscendo di scena brutalmente, come del resto ha fatto nelle sue canzoni, mai banali, mai scontate.
Noi tutti riconosciamo una bella patina di goosebumps riascoltando capolavori generazionali come Lithium o Come as you Are, l’urlo da quel sapore primitivo  di Smell like teen Spirit o tutte le richieste di perdono di All Apologies verso un sistema che non l’ha mai voluto capire.

Spesso mi sento dire che i Nirvana hanno reinventato il Grunge, con questo esattamente cosa intendiamo? Una spaccatura fra rock anni ’80 e ‘ 90? Un’ inversione di rotta per quanto riguarda temi o tecniche testuali? Entrambe le cose?
Ciò che mi sento di dire, a costo di apparire scontata, è che il grunge non era solo un genere musicale, ma uno stile di vita, un modo di essere e un look.
Kurt Cobain e i suoi Nirvana hanno dato voce al disagio e all’apatia di un’intera generazione.
In soli cinque anni di vita i Nirvana nella quale militavano anche il bassista Krist Novoselic e il batterista Dave Grohl, oggi storico leader e frontman dei Foo Fighters, sono riusciti a entrare nell’olimpo del rock.
Un genere particolare, nato dall’intreccio del Punk Rock e dall’alternative puro e libero dalle contraddizione del rock più commerciale e consumistico degli anni ’80.
E poi c’è lui, Cobain.
Ho riflettuto a lungo su come poter rendere alla meglio l’idea di Kurt Cobain come persona e artista, mi sono consultata con tante persone, con persone che ne sapevano tanto più di me, una in particolare mi ha lasciato un bellissimo spunto che vorrei proporre  anche a voi.
Nella sua breve vita Kurt Cobain riempì un grande numero di fogli con poesie, appunti, i suoi progetti per i Nirvana, le sue riflessioni sull’essere famosi e sulla notorietà, il suo particolare pensiero sulla scena musicale di quegli anni, e ciò che pensava del tragico mondo di macellai discografici.

Emergono qui tantissimi spunti interessanti: come il ruolo della musica è veramente coinvolto all’interno di una rivoluzione mentale?
Un altro aspetto interessante e che spesso e volentieri mi piace mettere nei miei articoli, è la rivalutazione del ruolo delle donne. Per Kurt le donne sono più mature e portate al dialogo per natura… non potrebbe forse essere la speranza che ci serve, anche nel rock?
È inoltre fortemente percepibile il disprezzo di Cobain tutto ciò che è intrattenimento effimero e fine a se stesso, lo stesso utilizzato dalla grande macchina dell’intrattenimento commerciale americano; ed è quasi disgustoso constatare lo sfruttamento della sua morte e della sua figura, sapendo quale fosse il suo punto di vista sull’argomento: fama, popolarità, soldi e mercificazione.

Penso però che la parte che più di tutte colpisce all’interno dei suoi diari, sia quella riservata ai “consigli” o ai “suggerimenti” di vita; ne riporto una breve parte per rendere il tutto più chiaro:

I’ve lost my MIND many times, and my wallet many more.
In the simplest terms:
1.Don’t Rape
2.Don’t be prejudice
3.Don’t be sexist
4.Love your children
5.Love your Neighbor
6.Love yourself
Don’t let your opinions obstruct the aforementioned list.

C’è altro da aggiungere?

I Diari di Kurt Cobain sono una notevole raccolta di pensieri che consentono di entrare in contatto con una delle figure più discusse, amate e tragicamente scomparse di questi ultimi anni. Una lettura imperdibile ed interessante.

A questo punto sarebbe auspicabile cercare una degna conclusione per un tema simile, invece sceglierò di essere egoista e di riportare ciò che per me sono stati i Nirvana, per quanto possibile: la prima volta che ho ascoltato Nevermind completo avevo dodici anni e l’ho fatto più per rendere onore al mio polsino di tessuto coi teschi che per capirne veramente il potenziale; mi sono ravvicinata al tema solo 5 anni più tardi ed è stata una splendida storia d’amore, di quelle un po’ tormentate, con alti e bassi continui ma con una passione irrefrenabile che pare risolva gran parte dei problemi.

Kurt Cobain of Nirvana during the taping of MTV Unplugged at Sony Studios in New York City, 11/18/93. Photo by Frank Micelotta. *** Special Rates Apply *** Call for Rates ***

L’effetto della musica dei Nirvana su di me può essere riassunto in poche parole: sfogo, mutismo ed introspezione.
Sfogo per tutto ciò che comporta ascoltare un pezzo come Breed o Territorial Pissing.
Mutismo per l’incapacità di definire cosa veramente significhi ascoltare un prodotto del genere.  Introspezione perché è impossibile non pensare a noi stessi, alle nostre paure e ai nostri fallimenti mentre sentiamo cantare Lounge Act.

Grazie Kurt, io a un vostro concerto, ci sarei proprio venuta.

– Giulia Moschini