La Casa di Carta: tra serie tv e Soap Opera

Cosa possiamo dire sulla quarta stagione della serie tv e prodotto Netflix più celebrata e sponsorizzata?

Poco e quel poco non è tale da suscitare neppure i più tiepidi entusiasmi.
Le imprese della banda del professore hanno retto abbastanza nella prima stagione, meno nella seconda dove già si intravvedeva una tendenza al diluire la trama in flash back, alcuni utili per spiegare la psicologia dei personaggi, altri forzatamente inseriti nel racconto. Tutto questo viene enfatizzato eccessivamente nella terza e quarta stagione: la storia di Berlino e il suo matrimonio italiano, accompagnato da un coro di improbabili frati che cantano Battiato e Umberto Tozzi, appare degna del peggiore trash e non aggiunge niente a quella che è una trama narrativa ormai sfilacciata e inutilmente portata avanti.

I primi quattro episodi appaiono poco coinvolgenti e i personaggi sono prevedibili e piuttosto ridicoli; all’interno della Zecca i rapporti tra i personaggi appaiono improntati a comportamenti reiterativi, che portano a commettere sempre gli stessi errori: nel bel mezzo della rapina Tokyo e Rio appaiono totalmente concentrati a discutere dei loro rapporti personali, la stessa Tokyo appare come una Lara Croft spagnola alquanto ridicola; Palermo è la brutta copia di Berlino, Arturito è diventato uno spacciatore di farmaci e un ridicolo molestatore.

Non salva la storia nemmeno la tragica fine di Nairobi, ferita gravemente e poi salvata grazie a un intervento portato avanti da Tokyo, che non sapevamo essere un chirurgo provetto (ma quante cose sa fare questa intrepida ragazza?) per poi essere freddata da un cinico e spietato Gandia, capo della sicurezza del governatore della Banca di Spagna. Una morte nonsense che poteva essere benissimo risparmiata.

Si nota un eccesso di azione spesso sopra le righe e che non fa che smorzare la tensione narrativa anziché mantenerla viva, se non accrescerla. Il Professore appare sempre meno quel geniale e freddo organizzatore della rapina; certamente il tentativo del regista è quello di far emergere il lato umano, nel momento in cui crede che la polizia abbia ucciso l’amata Lisbona, ma nel prosieguo il personaggio fatica a recuperare sè stesso, se non nella parte finale.

Che cosa rimane, a questo punto, della lotta contro il potere e della ribellione, le motivazioni che avevano condotto alla rapina? Una trama che si è sfilacciata e ha perso suspense.

A volte bisognerebbe fermarsi prima.

Nonostante il finale, che lascia chiaramente intravvedere una quinta stagione, per me “La casa di carta” finisce qui.

– Rosanna Marinelli