LDR raddoppia e centra il punto con il suo mondo asimooviano

Love, Death & Robots è stato probabilmente uno dei più significativi successi dell’animazione e della fantascienza degli scorsi anni, distinguendosi come un’antologia di corti accomunati da un filo conduttore ma assolutamente in grado di stupire, divertire e far riflettere episodio dopo episodio.

Se la prima stagione, più corposa, aveva mostrato un certo equilibrio tra tematiche leggere e più profonde, il Vol 2, forse complice la pandemia e le attuali condizioni in cui versa il pianeta, appare più improntata su una vena melanconica, alle volte leggermente paternalistica. Benché la resa visiva sia in linea di massima grandiosa, ho meno voglia di rivedere i singoli cortometraggi, da un lato, ma dall’altro mi trovo a riflettere più a fondo sulle tematiche trattate.

Di per sé il titolo stesso “Amore-Morte-Robot” pare una contaminazione cyberpunk così come “Orgoglio, Pregiudizio e Zombie” aveva la pretesa di svecchiare la novella di costume introducendo un elemento grottesco, strappandola allo schematismo borghese e rendendola più “pop”. Ebbene, Love, Death & Robots ha saputo attingere da svariati temi, dal thriller all’horror, al sentimentale, all’esistenziale, e li ha lanciati nella realtà 2.0 a gomitate, offrendoci qualcosa di palatabile, di tutt’altro che grigio, ripetitivo, giornalistico, “palloso” come direbbero i giovani, potremmo dire “indorandocelo”, ma in realtà contestualizzandolo nei nostri tempi e proponendoci visioni per i tempi futuri o per come noi ci immaginiamo, appunto, ciò che verrà (quasi sempre, badate bene, ed è questo il bello).

Dei robot ci affascina l’astrazione e la loro mancanza di relazione con la morte, in contrasto con la realtà umana caduca e relativamente effimera. Il robot da un lato è colui che è nato per aiutarci ma che paradossalmente potrebbe sostituirci, in maniera più o meno cruenta. Il robot, probabilmente, è colui/quella cosa che si prenderà cura di noi, e che in realtà lo sta già facendo. Un medico che può trattarci come pazienti ma anche come malattia. E’, da un lato, una macchina, ma dall’altro è investito di un carico emozionale inaspettato. Così come lo è la nostra relatività, la pretesa umana di conoscere tutto, sperimentale tutto, avere tutto, qui, subito, ora. Forse troppo. In un frustrato “per sempre” e “finché morte non sopraggiunga” (se mai sopraggiungerà).
Questo è, in sintesi, il messaggio di Love, Death & Robots, più colorato nel primo capitolo, più scuro, intimista, più “grigio”, nel secondo.

Non ho le capacità e non vedo lo scopo di dilungarmi su registi e produttori esecutivi (segnalo giusto Tim Miller, dell’amatissimo Deadpool), perché benché la tematica di base sia la stessa, ogni esecuzione va presa singolarmente, anche se i più attenti potranno trovare qualche dettaglio che strizza l’occhio ad altri episodi ed addirittura alla serie precedente.
Non solo, LDR vol2 sa stupire anche perché sfrutta probabilmente la sua star più significativa, Michael B. Jordan (Red Tails, Black Panther, Creed…) senza farne il protagonista assoluto della serie, ma introducendolo invece in una realtà straniante dove piuttosto che come superuomo è presentato come un sopravvissuto, come una vittima, perfettamente in linea, quindi, con l’intero progetto.
La nuova raccolta ha meno ironia, la si può forse considerare una forma adolescenziale o sub-adulta in cui si passa dall’esplosione eterogenea della season 1 al comprendere cosa in realtà resta di un mondo in cui le macchine hanno preso il sopravvento, ogni angolo dello spazio è stato esplorato, dove l’impatto del consumismo ci mette davanti a scelte deprecabili, dove quel sentimento romantico di stupore e paura verso l’ignoto viene spazzato via dalla gelida luce della scienza e della scoperta, e da un lato ci crea l’amaro in bocca per la morte di un mito, per il dissolversi di un sogno, dall’altro ci mostra anche quella che è la nostra piccolezza umana (e morale), tanto di fronte, per fare un paio di esempi calzanti, alle disuguaglianze sociali e ai resti di qualcosa che fu, e che viene dissacrato, smembrato, confezionato. O ad un ignoto che ci colpisce e ci rifiuta, ribaltando il concetto del “buon selvaggio”.

LDR vol2 si dimostra per l’appunto un prodotto asimooviano, dove il fantastico è legato alla dimensione umana/umanoide, alle paure, ai desideri reconditi dei fruitori, e, presentando visioni distopiche tratte sicuramente da scene di vita che ognuno di noi può richiamare alla memoria, bilancia azione ed introspezione, nella speranza di farci capire che il ridente futuro che ci aspetta è un progetto, non una realtà.
Un paternalismo cui la prima stagione non ci aveva abituato, nel suo essere più catartica, più favolistica, ma che funge da efficace catalizzatore nella seconda, dando una tematica generale attorno cui ruotare. Difficile dire di più senza entrare nello spoiler, assolutamente da evitarsi dato anche il numero esiguo di episodi. Il suggerimento è da un lato quello di ripassare brevemente quanto si è già visto, poi immergersi nelle nuove storie cercando di carpire da un lato il messaggio, e dall’altro non tanto di cogliere le citazioni di altri capolavori (uno tra tutti Blade Runner, ma oserei anche Gattaca ed Equilibrium, meno noto ma consigliatissimo), ma invece quelle della vita, dei temi, dei dubbi esistenziali di tutti i giorni. Specie ora, specie mentre ci affacciamo all’apparente fine (seppur solo per alcuni, notate bene) della pandemia di Covid-19, che tanto ci ha cambiati, dentro e fuori.

-Alessandro Saponaro