Malcolm e Marie: il monologo di Levinson sulla critica cinematografica

Siamo onesti. Quanti di noi hanno deciso di farsi “il Netflix”, abusando più o meno delle promozioni o dell’abbonamento dei parenti, nella speranza di accedere ad una piattaforma on demand “aggggggratis”, salvo poi rimanere abbastanza delusi dal fatto che la stragrande maggioranza dell’offerta ruota attorno a produzioni casalinghe, oscuri titoli uzbeki, 2-3 serie discrete (che vengono pedissequamente copiate e declinate dalle restanti), e l’annosa, costante, ormai irritante necessità di inserire tematiche LGBT o razziali, inclusive, che poco hanno a che vedere con la trama, e son messe lì quasi come un contentino?

Malcolm e Marie è un film strano. Un film che avrebbe potuto essere un “black movie” ma non lo è. Un film privo di tematiche etniche, ma non lo è. Un film che parla della solitudine ai tempi del Covid, ed esacerba la distanza tra la realtà e la maschera che portiamo in società, ma non è nemmeno questo.

E’ senza dubbio un interessante esperimento visivo targato Netflix, tuttavia girato su pellicola e declinato magistralmente in bianco e nero, con un’ottima ripresa ed un cast sicuramente iconico, azzoppato tuttavia dalla scelta del regista di scaricare le proprie frustrazioni contro il mondo della critica cinematografica nemmeno troppo velatamente attraverso i dialoghi degli attori.

Quella che avrebbe potuto essere una sofferta storia di coppia, analizzabile e risolvibile, tra due adulti che si amano, tra un machismo forse imposto e vittimismo, complice, femminile, risulta invece un lungo sproloquio su quanto sia difficile fare cinema e quanto sia ancora più difficile piacere.

 

Malcolm e Marie ci viene presentato come l’analisi realistica della convivenza tra due persone sicuramente piacenti ma in fin dei conti un po’ detestabili.
Un uomo “self made”, giovane regista finalmente acclamato per un suo film, che arriva al successo, dimenticandosi di dovere tanto alla persona che gli sta affianco, e una donna languida, ex tossicodipendente ex attrice, sostanzialmente una moglie-trofeo, sicuramente carismatica, ma forse femminista quel troppo che dà fastidio. Non perchè le istanze femministe siano banali e stupide, ma perchè, forse, sono una barriera mentale e biologica per capire quanto naturale sia il pavoneggiarsi, il gonfiare i muscoli per un maschio, quanto inutile sia la gelosia nei confronti di un playboy in piena forma, e consapevole. E viceversa. Quanto, in fin dei conti, discutere di maschi e femmine sia solo lo sfogo di un’egomania tracotante dove le due facce della medaglia combattono per il predominio invece di bearsi e incontrarsi nelle reciproche differenze.
Un confronto umano/biologico che probabilmente avrebbe potuto essere sviscerato in maniera meno superficiale, più dettagliata e appunto UMANA, ma che tuttavia lascia presto spazio al rantolare del regista, che ci sbatte in faccia una lagna tecnicista del perchè e percome la cinematografia di nicchia dovrebbe essere interpretata, il tutto esacerbato forse forse dall’attuale difficile periodo di crisi globale, e anche la sua natura di figlio d’arte da cui ci si aspetta molto.

Vien da dire: “sei grande e vaccinato, cerchi un’opinione, quando ti arriva accettala. Se credi di aver ragione, continua e dimostra quello che sai fare”.

Perchè questo è veramente il fulcro dell’intero film, dove la storia di amore è abbastanza strumentale. Il regista Sam Levinson, progenie di chi ha alle spalle capolavori come Diner e Rain Man, ad un certo punto chiede a Malcolm, ovvero John David Washington (figlio di Denzel) e a Marie-Zendaya (teen idol e star di Euphoria, serie HBO ideata da Levinson) di farsi da parte, e, con l’espediente di far analizzare ad alta voce a Malcolm le recensioni “in tempo reale” al film da lui appena realizzato, inizia invece a parlarci del suo vissuto, e di quanto sia difficile lavorare nel cinema commerciale, in opposizione alle produzioni indie, di come sia complesso trovare un equilibrio tra cioè che universalmente piace e ciò che attira solo alcune categorie, fino alla strumentalizzazione delle tematiche afroamericane, quando sarebbe ora di considerare determinati discorsi come semplicemente umani e non come l’ennesimo pugno alzato verso il cielo a rivendicare tristi passati o cercare di raccontare di qualcosa che deve piacere a tutti incondizionatamente. Arrivati già solo a metà film, si corre seriamente il rischio di voler cambiare e passare ad una serie, forse più squallida e non girata in 35mm, con una cura maniacale dell’illuminazione e del set, questo va riconosciuto, in un periodo di severe misure anti-covid, ma quanto meno con meno egocentrismo e inutili tecnicismi.

Ci troviamo davanti al “J’Accuse” piuttosto surreale di un regista nei confronti della critica, sicuramente realizzato sapientemente, con grande tecnica, ma con la presunzione che il pubblico sia seriamente interessato ad ascoltare le lamentazioni di Levinson, piuttosto che voler veder concretizzarsi la trama.

Malcolm, che “casualmente” è un regista, blatera di quanto sia difficile essere artisti, di quanto la critica sia, appunto, critica, e cerchi sempre di ricondurre tutto a categorie schematiche, a visioni socio politiche e financo personali, che “uccidono” ciò che l’artista vuole esprimere.

Da un lato, purtroppo, il voler cercare a tutti i costi un plot-twist, una citazione, un senso, il voler caricare di significato politico o meno le scelte di chi sta dietro la macchina da presa è uno dei grandi limiti della modernità, specie in tempi in cui la fruizione è istantanea e tutti possono trasmettere al mondo la loro personale opinione, in un tam tam mediatico-tribale che ha alle basi un malcelato egocentrismo spesso venato di ignorante presunzione.

Tuttavia, è anche vero che la misura dell’arte non è definita dall’artista stesso. O meglio, l’universalità del prodotto non si basa sull’opinione che l’artefice ha di se stesso e di ciò che concepisce, ma sulla percezione e sulle sensazioni che gli spettatori (e i critici) ne traggono.

Malcolm/Levinson libera la sua frustrazione, oscurando Marie, confrontandosi con una realtà/reality in cui gli artisti si trovano, abbandonato il mondo indie, obbligati a generare una parafrasi dell’opera, creando un’interpretazione di facile fruizione e spesso catartica, piuttosto che essere liberi di offrire qualcosa di affascinante e personale.

E gli si potrebbe anche dar ragione, se questo regista bianco, figlio d’arte, tutto preso a criticare “per motivi universali” le letture politiche e impegnate dei critici, non sfruttasse un cast “full black” per sdoganare più facilmente il suo pensiero e far notare come determinate produzioni risultino “etnicamente vantaggiate” perchè “a certe etnie non vengono sollevate critiche”.

C’è poco da lamentarsi: lo star system hollywoodiano da anni ormai si fa portavoce della pancia popolare e dei trend che emergono di volta in volta: prima i grandi cast e le grandi regie con annesse colonne sonore, poi il patriottismo revanscista 9/11, a seguire il ritorno dei film in costume, le storie pruriginose, e adesso le regie e i cast “etnicamente svantaggiati”. Le regole del gioco sono palesi, inutile lagnarsene. Da un lato il mondo libero del cinema e della critica indipendente/bassa lega, dall’altro gli ori e la gloria degli oscar, le riviste patinate e i milioni. Nessuno ti ci trascina, ci si entra spalancando la porta e ingoiando più di un amaro calice.

Malcolm e Marie dimostra in ultima istanza che è impossibile coinvolgere lo spettatore in un dialogo con l’artista se quest’ultimo si ostina a dialogare con se stesso e far sfoggio di tecnicismi, competenze e opinioni (condivisibili o meno) su tutti i temi principali del dibattito socio-culturale attuale, di cui, magari, allo spettatore importa poco.
Restiamo chiusi in una casa (Grande Fratello style) con uno stronzo borioso che resta preso nel suo sforzo di affermazione intellettuale di chi ha realizzato film, e sappiamo bene chi alla fine, con un sospiro, ci rimetterà. Cessa il dialogo, che doveva essere lo scopo e la soluzione di un rapporto combattuto, e si resta davanti all’ennesimo soliloquio di fronte a cui uno dei protagonisti alza le mani e “Scusa, sei meglio te”, un risvolto inconcludente che chiude coerentemente un gesto tecnico (più che un film) in cui vengono pronunciate tantissime parole senza alla fine dire davvero qualcosa. O quanto meno dire davvero qualcosa che allo spettatore realmente interessi.

Resta quell’impressione di trovarsi di fronte ad uno sfogatoio ad uso e consumo di registi bianchi, maschi, mediamente affermati, in cui recriminare su una presunta mancanza di libertà artistica.
Insomma, la coppia scoppia, se non nella pellicola quanto meno nella negazione un po’ egoistica che l’artista/regista fa del valore della critica ma soprattutto nel comprendere che, purtroppo, non sempre lo sforzo e la passione che mettiamo in una cosa traspaiono appieno agli occhi di chi ne è il reale fruitore.

-Alessandro Saponaro