Marylin Manson: We (were) Are Chaos

Su Brian Warner si sono spese quantità di parole a dir poco incalcolabili, non tutte lusinghiere, non tutte comprensive, non tutte azzeccate. Ma come diceva il buon Oscar Wilde: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.”. E questo è stato il sunto dell’intera carriera e filosofia artistica di Warner, in arte Marylin Manson, che ha fatto dello “shock” il suo cavallo di battaglia e il suo trampolino di lancio. E, nonostante molti ora si professino massimi esperti di Manson e rinneghino quei lontani fasti, a molte persone piaceva esattamente così com’era.

Questo fino al 2007, anno in cui esce Eat Me, Drink Me, album che segna una svolta nel modo di fare musica del Reverendo, che si ammorbidisce gradualmente e abbraccia sonorità sempre più pop e cantautoriali ad ogni lavoro che pubblica. La svolta stilistica, assolutamente lecita e dovuta (ogni essere umano cambia il suo modo di vivere, pensare e fare arte nella sua vita, musicisti non esclusi… e per fortuna) non riesce tuttavia a trovare una chiave di volta convincente, se non con The Pale Emperor, mentre tocca il minimo storico della carriera musicale di Warner con Heaven Upside Down.

We Are Chaos racchiude la speranza dei fans, che hanno continuato a seguirlo nonostante il brusco cambio di registro, di vedere finalmente un lavoro di impatto che possa valorizzare la pasta di cui è fatto Manson; tuttavia queste aspettative sono ancora una volta disilluse.

L’album, seppur di piacevole ascolto e con dei pezzi interessanti e incisivi, non riesce a realizzare la svolta attesa dopo il fallimentare Heaven Upside Down, seppur rispetto a questo si denoti un netto miglioramento. Pezzi come Red, Black and Blue o Infinite Darkness, seppur orecchiabili, non portano nulla di nuovo alla già testata, e almeno da alcuni apprezzata, ricetta dei precedenti 5 album.

Veramente apprezzabili sono invece We Are Chaos, primo singolo pubblicato dell’album, ballad di facile ascolto che assolve il compito di spezzare il tono scuro e distorto del pezzo di apertura Red, Black and Blue.

Segue Don’t Chase the Dead, che riprende tematiche horror a cui il Reverendo è affezionato, seppur in modo piuttosto banale. Paint You With My Love parte come una ballad dagli sdolcinati toni adolescenziali alla Eat Me, Drink Me ma sorprende nel procedere e nel finale, dando luogo ad un contrasto netto, a tratti cringe ma funzionale e apprezzabile in album di Marylin Manson. L’intro di Half-Way and One-Step Forward sembra uscita da un album del periodo glam di David Bowie, a metà tra Diamond Dogs e Aladdin Sane, influenza di cui sarebbe interessante vedere gli sviluppi futuri.

Il pezzo forte dell’album, quello che scalderà il cuore dei nostalgici del vecchio Manson, è senza dubbio Perfume, che non porta nessuna reale innovazione nel sound che siamo abituati ad associare al Reverendo, ma che costituisce un piacevole e rinfrescante tuffo nel passato.

Nelle ultime tre tracce si torna in un mood progressivamente più cupo, più introspettivo, lento e cantautoriale. Broken Needle costituisce la chiusura e il picco drammatico dell’album, in cui spicca una piacevole punteggiatura data dal piano, contrasto alla voce affaticata e distorta di Manson.

Le tematiche affrontate sono le stesse di sempre, non gridate al mondo con la rabbia dei tempi che furono ma raccontate come in una riflessione solitaria: un’auto-analisi fatta davanti allo specchio, nella solitudine di una stanza vuota.

Il tentativo è buono, totalmente meritevole della sufficienza in quanto riprende una ricetta consolidata ma che dopo tante volte non lascia entusiasti. La vera svolta matura di Marylin Manson deve ancora arrivare, la strada è intrapresa ma c’è bisogno di camminare ancora un po’… metà strada e un passettino in più.

Voto: 7

-Ilaria Tagliaferri