Midnight Sky: il blockbuster di George Clooney approda su Netflix

Il 2020 si sta dimostrando a tutti gli effetti un anno difficile, che pone l’industria cinematografica di fronte a consistenti dilemmi.

Il declino del cinema (e delle sale cinematografiche) dettato dall’immensa offerta on demand e dal progresso tecnologico che permette di avere (quasi) un’esperienza “theatre” comodamente svaccati sul proprio divano, la ricerca della fidelizzazione del pubblico, espressa nel proliferare esponenziale di serie (dalle variabili fortune), la crisi economica che incide sui budget e spinge a lavorare sempre di più in realtà virtuale e meno sul campo; e ancora le tematiche sociali che entrano di prepotenza sul grande schermo, con cast spesso forzatamente multirazziali e argomenti “pop” spesso inseriti più per catturare audience che per reali fini narrativi.

Se ne deduce che presentare un blockbuster su una piattaforma molto popolare come Netflix (che brilla per le produzioni “casalinghe”, nella maggior parte dei casi purtroppo abbastanza amorfe e ripetitive) costituisce una sfida e una cartina al tornasole per la “freschezza” del prodotto e la capacità di cast e regia.

Clooney, divo dei tempi d’oro riscopertosi produttore e regista, probabilmente coglie questo spostamento di equilibri, dalle soleggiate colline di Hollywood agli appartamenti di ognuno di noi, e compie una scelta coraggiosa (probabilmente l’unica reale di tutto il film) presentando un suo prodotto (il settimo) al di fuori delle sale: a dettarne un po’ le sorti sono la sua stessa straripante personalità, che lo inchioda a ruoli di playboy, scanzonato criminale, protagonista di thriller arguti dal sorriso storto ma rassicurante, e la mancanza, appunto, del cinema vero e proprio, che non permette di apprezzare le vacue immensità della tundra artica e del cosmo in versione “surround”. Lo ammetto, mentre scorrevano i minuti più di una volta mi son trovato a messaggiare distratto, alla ricerca di una tensione “costante” che purtroppo non c’era.

Clooney, difficile negarlo, è inscalfibile quando parla e ci mette del suo, quando vive il personaggio che è. Vederlo trasandato, con una barba alla Saddam Hussein fuggitivo, praticamente silente, prevalentemente anaffettivo, fa male. Fa male perchè è fin troppo ermetico, racchiuso nella sua figura di fallito, la cui storia è raccontata da scarni flashback, su cui si sarebbe potuto invece ricamare, sviluppando radici più profonde in grado di valorizzare il plot twist finale.

Fa male perchè vuole picchiare su una vena di esistenzialismo farcito di espiazione, ma lo fa più con il dolore fisico e il freddo artico che con il vero fattore umano, che avrebbe permesso di avere un bel film in grado di INTRATTENERE piuttosto che un film artefatto “d’autore”.

Clooney sicuramente attinge a piene mani da mostri sacri quali Gravity, a cui andrebbe devoluta una parte degli incassi per la scena più accattivante dell’intero film, ma possiamo cogliere anche un po’ di The Revenant, strizzando l’occhio al magnifico The Martian, senza dimenticare tutta la serie di film post-apocalittico catastrofisti alla Blade Runner 2049 (capirete perchè); cercando senza riuscirci di intaccare il primato emozionale di Interstellar (McConaughey lo batte a mani basse) e un’idea già ben espressa in Ad Astra dall’amico-rivale Brad Pitt (che si rivela ben più maturo ed espressivo).

Con così tanti pezzi da muovere probabilmente il buon George pecca di sovrabbondanza, e difatti non si capisce se The Midnight Sky vuole essere un dramma umano, un film ambientalista, esistenzialista, un film di speranza o condanna, o tutte le cose assieme.

Sicuramente gli effetti speciali regalano una godibile dose di fattore “wow”, partendo dalle scene spaziali e arrivando alle tempeste di neve in grado di far scendere più di un brivido sulla schiena, tuttavia questo iperrealismo cozza con un Clooney che, malato terminale, affonda nell’acqua gelida polare e magicamente sopravvive. Con a rimorchio una ragazzina muta, e con la dicotomia umana che vede un professore, ultimo uomo rimasto sulla terra radioattiva, vivere la sua personale e sofferta tragedia, e una troupe spaziale bellamente ignara, presa nella sua routine dopo anni di missione, purtroppo priva di reale emotività e complicità (si sarebbe potuto ricamare molto sull’astrazione, perdonate il gioco di parole, degli astronauti), e anche di attenzione: viaggi interplanetari con sistemi fine-del-mondo (altro gioco di parole) che incappano magicamente in tempeste di detriti (più volte), con personale marginalmente addestrato e oblio totale della “tanto amata Terra”, se non nella dimensione un po’ egoista dei singoli, espressa in ologrammi che, più che unire la stazione spaziale, la frammentano in tante piccole storie.

Il film non decolla, anzi, capovolgendo un po’ Apollo 13, altra citazione, non atterra.

C’è un’attesa vibrante stemperata in tutto il film che viene soddisfatta purtroppo in maniera troppo tardiva, come messa lì per unire Terra e Cielo in maniera forzata ma necessaria dopo 2 ore, in un tentativo finale di dare un senso tanto al buon George quanto ad una missione spaziale asettica, e ad un ritorno ancora più asettico (e inespresso).

Buona l’idea di inserire un cast multirazziale, ma anch’esso fine a se stesso giacchè nessuna reale tematica viene sviluppata in tal senso. Interessante l’idea di avere una donna incinta in orbita, ma a parte discussioni sul nome del nascituro, poco altro arriva allo spettatore.

Ci sono modi ed espedienti in grado di risolvere il problema di non avere molto da fare su un’astronave anni luce dalla Terra, e uno sarebbe rendere i personaggi interessanti, costruire drammi intimi, sorprendenti piuttosto che ovvi, puntando sulla realtà claustrofobica, l’assenza di privacy e la convivenza forzata, su relazioni, dissidi, manie che si sviluppano nel vuoto piuttosto che su una languida nostalgia da cui estraniarsi con, udite udite, dei film in 3D (ma è chiedere forse troppo ad un film, in effetti, specie su una piattaforma come Netflix che praticamente campa di serie). Tuttavia Clooney decide di non seguire questo percorso e invece di agire da demiurgo, da deus ex machina, da regista che tira le fila dietro le quinte, con un errore da principiante focalizza il grosso dell’attenzione su di sé, peccando di superbia e personalismo, stucchevole, perchè appunto cerca di essere ciò che non è. Siamo onesti, il film lo guardiamo perchè c’è Clooney, non il primo attore di provincia che ci viene in mente.

Delle premesse troppo consistenti (cancro, apocalisse, estinzione, il machismo patriarcale frustato, solitudine, vuoto spaziale, esodi nel cosmo e nella tundra, gravidanze…) creano una suspense artificiosa perchè nulla viene realmente sviscerato, portato a termine. Il peso del non detto è eccessivo per una trama sottile, e alla lunga lo spettatore si annoia, aspetta il momento catartico che tarda ad arrivare, e che purtroppo alla fine non soddisfa.


Insomma, in ultima analisi un esperimento un po’ troppo barocco, pensato per stupire ma che in realtà non invia alcun messaggio, proprio come le antenne di George-Augustine per larga parte del film.

-Alessandro Saponaro