Mosul: la guerra al terrorismo getta la maschera e si mostra su Netflix

Un film in piena rottura con i canoni hollywoodiani grondanti, negli ultimi anni, di retorica, buonismo, raffigurazioni canoniche del protagonista e divismo, che trasformavano la guerra da un fenomeno umano ferale e brulicante, epico ma anche livellante, ad un’esperienza personale ed introspettiva, in cui cercare il bene ad ogni costo e la favoletta edificante da Libro Cuore.

Mosul, seconda metropoli dell’Iraq, denominazione moderna dell’antica Ninive, rimasta dal 2014 al 2017 nelle mani dello Stato Islamico, è il palcoscenico dove ci viene narrata una storia diversa, una storia tutta “al mediorientale”, scarna, lurida, crudele.
Non c’è democrazia, non ci sono veri “buoni”, ma soprattutto, per la prima volta, non ci sono gli onnipresenti eroi occidentali a tenere banco.

In questo film, derivato dal reportage “The Desperate Battle to Destroy ISIS”, sono i locali ad essere vittime e carnefici in quello che è, a tutti gli effetti, un enorme tritacarne fatto di vendette, faide, e violenza bestiale.

Prodotto dai fratelli Russo, i fortunati registi della saga degli Avengers, Mosul riscatta appieno un insoddisfacente “Tyler Rake”, sostanzialmente un Thor vestito da contractor,  inserito nell’ennesimo ruolo da cane pastore in salsa semi-bollywoodiana insaporita da un mix di “salvatore bianco” e “John Wick”.

Mosul rappresenta un cambiamento radicale che trascina lo spettatore, invece, in una realtà in cui le pecore sono già (quasi tutte) morte, e a litigarsi ciò che resta rimangono i lupi e i cani-lupi.

Un racconto unico nel suo genere, specie su piattaforme internazionali (con una produzione, udite udite, statunitense), dove la storia è narrata attraverso gli occhi dei “liberati”, di quelli verso cui è stata esportata la sacra democrazia, con tutti gli annessi; un racconto che tarpa le ali ad ogni pretesa di spettacolarizzazione della guerra e dell’eroe, e ci presenta invece i resti di una forza d’elite che si trascina nel suo regno ormai in macerie, alla ricerca degli ultimi barlumi di luce e salvezza, cercando di conservare ancora un poco di umanità e sforzandosi di esercitare il ruolo del boia con lo stesso meccanicismo con cui gli anticorpi combattono un’infezione.
Cani sciolti di una squadra swat “che non esiste più”: fantasmi, con un desiderio di vendetta che ha qualcosa di amletico, espresso nel caparbio inseguimento di quelli che li hanno privati di tutto, nazione, identità, nome, famiglia, compromettendo l’integrità di uomini che erano dalla parte giusta della barricata.

Uno stillicidio di morti scandito dagli slogan dell’ISIS in radio, che si accanisce come cancro disgregante su un gruppo di fratelli accomunati dal sangue versato e dall’insensibilità all’orrore.

É in questo contesto che il giovane Kawa deve scegliere se essere vittima o carnefice;  se contribuire al disfacimento della sua terra, guardando dall’altra parte, soccombere o conquistarsi a caro prezzo la fiducia di chi, come il maggiore Jassem, ha compreso che umanità, nella guerra, significa morire l’uno per l’altro, morire per una causa comune, resistendo da uomini e umani all’invasore. Un pharmakon greco, al tempo stesso veleno e cura, per non uscirne pazzi e senza identità come i tagliagole che predicano la parola del Profeta ma abusano di alcol e droghe, e fuggono con borse ricolme di riviste porno e denaro.

E’ il maggiore Jassem, con i suoi occhi liquidi, immensi, in un volto segnato da uomo vissuto e scolpito dal male del mondo, a catturare l’attenzione dello spettatore; egli è un cavaliere errante nel suo regno fatiscente, che cerca di ripulire in maniera ossessivo compulsiva, dai terroristi ai rifiuti per terra.
E le sparatorie, le esplosioni, perdono la loro retorica hollywoodiana, sono bassa macelleria funzionale allo svolgimento della trama, in cui a farla da padrone sono invece i momenti emotivi attorno a cui, realmente, ruota quel che (non) vuole essere il canto del cigno di Ninive.

Mosul forse non riesce a soddisfare palati abituati ad eroismi di celluloide, e probabilmente non è quello a cui ambisce, ma si afferma come una riflessione che porta lo spettatore occidentale, ben distante dai drammi e dalle guerre “della porta accanto”, a riflettere su chi vive in prima persona il terrorismo e la ricostruzione, cercando di non compromettere (troppo) la propria anima.

 

-Alessandro Saponaro