Panther: il nuovo album dei Pain of Salvation si distingue dalla massa

Una delle certezze dei Pain of Salvation è che non ve ne sarà alcuna per quanto riguarda la strada intrapresa e la scelta stilistica del nuovo album in uscita. Questa è una grande verità che i fans dei PoS dovrebbero aver ormai compreso dopo anni di onorata e camaleontica carriera.

Anche questo nuovo album Panther non smentisce il pattern stabilito: ad un primo, non facile ascolto, devono seguirne almeno un paio per farsi un’idea di cosa si sta effettivamente ascoltando. Nonostante un’impronta decisamente più elettronica, naturale evoluzione del sound di In the Passing Light of Day, l’album non si limita a proporre una ricetta già sentita ma si rinnova e innova.

Dal punto di vista del suono e della sperimentazione, Gildenlöw non si risparmia e crea la sua piccola isola pregna di innovazione, voglia di esplorare e proporre qualcosa di nuovo senza riciclarsi mai. Ed è proprio nella difficoltà di ascolto che l’album trae la sua forza: nonostante la complessità, la voglia di capire e lasciarsi stupire prevale. L’ascolto è così ripreso, esplorato, anche a distanza di giorni, per coglierne le sfumature ed i significati. E a questo scopo è assolutamente consigliato un ascolto in cuffia, per meglio cogliere i dettagli di una produzione che, a onor del vero, avrebbe forse giovato di una migliore attenzione nel mixaggio.

A proposito di innovazione, le soluzioni adottate a livello stilistico e sperimentale si rivelano del tutto funzionanti e funzionali al concept dell’album: sottolineare le differenze tra l’individuo e la massa. Il messaggio principale del nuovo lavoro dei PoS è proprio evidenziare come la diversità, sia questa caratteriale, fisica, psicologica o di qualsiasi tipo si tratti, generi una consapevolezza che passa da stadi diversi: l’angoscia, la solitudine, la paura, il distacco e l’accettazione.

Da questo punto di vista il tema dell’album, incentrato sulla Pantera, protagonista indiscussa della narrazione, sola in un mondo di Cani, massa informe che popola il pianeta, ricorda forse Diamond Dogs di David Bowie, cinico album ispirato a sua volta a 1984 di George Orwell; complice di questo rimando anche la vaga descrizione distopica di un mondo ormai in rovina in cui pare inserirsi la narrazione, come accennato dalle lyrics di Unfuture.

Ma al di là dell’ambientazione, sono i sentimenti e le emozioni del protagonista narrante di Panther il fulcro della narrazione: essi passano dal senso di inadeguatezza e isolamento dell’infanzia con Restless Boy, alla consapevolezza di essere destinati al fallimento come esseri umani e senzienti, a causa del nostro stesso rifiuto di imparare dagli errori dei nostri predecessori (Unfuture e Keen to a Fault).

Il senso di ineluttabilità del disastro umano non abbandona mai veramente l’album ma muta, insieme alla maturità della voce narrante, fino all’accettazione della malata e inguaribile situazione in cui versa il genere umano, irrecuperabile in quanto incapace di cambiare (Species).

Netto il contrasto tra Accelerator, primo pezzo dell’album in cui si può notare una nota combattiva, e tra Icon, traccia conclusiva, in cui prevale lo sconforto sopra ogni altra emozione. La voglia di rivalsa del narratore, tipica chi è sempre sotto accusa ma ha voglia di cambiare le carte in tavola con le sue sole forze, in quanto vede nel diverso una soluzione al reiterarsi di situazioni sempre uguali, viene meno al termine del concept. Rassegnata, sconfitta e sempre più isolata, la Pantera si arrende all’insensatezza del mondo che la circonda, alla malinconia di chi credeva in lei, al ricordo lontano degli amici ormai perduti.

E’ un finale triste, drammatico, e l’apice di questo viaggio riflessivo nel mondo troppo stretto di chi spicca prepotentemente dalla massa e affronta la vita con solitudine.

Nel complesso, l’album premia senz’altro gli ascoltatori più curiosi, le Pantere, quelli che non si fermano al primo ascolto ma che hanno il coraggio di riascoltare, valutare, leggere le lyrics e studiare il concept sia nel suo complesso che nei singoli pezzi.

Per concludere, da un gruppo camaleontico come i PoS non ci si dovrebbe mai aspettare nulla di banale o scontato, e come è risaputo: nulla di ciò che vale davvero si ottiene con facilità.

Nemmeno il piacere di ascoltare un ottimo, ma a primo impatto ostico, nuovo album.

Voto: 8/10

-Ilaria Tagliaferri