Paul McCartney: talento ed ironia

Paul McCartney ha sempre voluto dare un immagine di sè sbarazzina e un po’ frivola.

Sempre pronto alla battuta nelle interviste mostra un lato della sua personalità scherzosa con un senso dell’ umorismo tipicamente inglese, difficilmente comprensibile per chi inglese non è. In realtà dietro a quello sguardo sbarazzino si nasconde un cervello dal talento musicale quasi soprannaturale: compositore, polistrumentista, capace di scrivere ottime lyrics e dotato pure di una voce splendida.

Tale è la sua facilità nel comporre canzoni sia per le lyrics sia per la musica, che fatica a spiegare da dove gli escano. Ci prova, raccontando di come guardando il salino e pepino gli sia venuto in mente di scrivere Sergeant Pepper, o davanti a un piatto di uova fritte abbia pensato di scrivere Yesterday; e ancora, come ricordando il percorso dell’autobus quando tornava a casa a Liverpool abbia scritto Penny Lane; di fronte all’espressione di incredulità difficilmente dissimulata degli intervistatori, Paul è costretto a velarsi dietro ad una delle sue sagaci battute.

Il suo lato più profondo e sensibile emerge nelle canzoni e nelle fotografie che gli faceva la moglie Linda, in cui fatica a nascondere la sua gioia nello stare nella campagna scozzese in compagnia di animali e dei numerosi figli.

A tal proposito, solo negli ultimi anni in un’ intervista, abbandonando la sua aria spiritosa e il suo riserbo, ha spiegato il vero significato di Let it be. Paul aveva perso la madre a soli 14 anni e, come succede a tutti coloro che rimangono orfani in età molto giovane, aveva sempre nascosto il dolore e lo shock di un’ esperienza così traumatica.

Erano i tempi in cui Paul stava attraversando un momento delicato con i Beatles con liti
continue, difficoltà nel trovare la vecchia armonia con John, la presenza ingombrante di Yoko Ono, e sentiva che la band si stava ormai disintegrando. Andato a letto mezzo ubriaco aveva fatto un sogno: per la prima volta dopo anni aveva sognato sua madre Mary, che gli era apparsa al fianco del letto come quando era bambino e gli aveva sussurrato parole di conforto, probabilmente quelle che gli diceva quando era piccolo; “Let it be let it be”, cioè lascia perdere o va tutto bene. Come sembra essere successo per tutte le sua produzione musicale, Paul si era svegliato al mattino con la canzone già in testa. Subito era corso al pianoforte e aveva composto una delle canzoni più belle della musica rock.

Molti pensavano che ci fossero allusioni religiose e che Mother Mary fosse la Vergine Maria e un appello di disperazione per risolvere i problemi delle guerre nel mondo. Niente di tutto ciò: solo un tributo a sua madre, che riusciva a tornare per confortare il figlio in un momento di difficoltà. Un sogno che probabilmente non si è piu ripetuto ma che è stato immortalato in una canzone.

Recentemente sono state diffuse, specialmente su youtube, le numerose versioni
di prova registrate prima di quella finale. Tra le tante una risulta molto interessante: Paul invece di “Mother Mary” cita “Brother Malcolm”. Anche qui, mostrando un lato gentile e sensibile, Paul rende omaggio a Malcolm Evans, il roadie dei Beatles che da buttafuori del Cavern si era trasformato in elemento tuttofare indispensabile, sempre presente in studio di registrazione e sempre pronto a soddisfare ogni loro richiesta. In una storia che sembra ripetersi all’infinito in America, Malcolm era stato ucciso a soli 40 anni dalla polizia di L.A. senza nessun apparente motivo. I poliziotti, chiamati dai vicini a causa delle urla che uscivano dall’appartamento dove abitava con la fidanzata, erano entrati e
trovandosi davanti questo omone ubriaco non ci avevano pensato su due volte e lo avevano fatto fuori.

Nella versione finale Brother Malcolm non appare e Paul ripete la strofa dedicata a Mother Mary, e dall’espressione che il suo sguardo triste lascia trapelare, si vede come l’antico dolore non se ne sia mai andato.

-Anna Costanzo