Power Up: il rock inossidabile ma arrugginito degli AC/CD

Fin dall’inizio del primo riff di chitarra della prima canzone, si riconoscono subito: gli AC/DC, leggende e pietre miliari del Rock, quelli vero, tradizionale, classico e più conservatore, sono tornati.

E sono tornati con un album, Power Up, uscito il 13 novembre scorso, che non aggiunge e non toglie nulla di particolarmente rilevante ad una lunga carriera con la quale, forse da anni, hanno già detto tutto.

Quando mi è stato proposto di recensire l’ultimo lavoro di uno di quei gruppi che conta un 99% di fan sfegatati e un 1% di “miscredenti”, ammetto di non aver preso bene la notizia, soprattutto se si fa parte di quel dannatissimo e molto “unpopular” 1%.

Power Up è il diciassettesimo album in studio della band hard rock australiana AC/DC,attivi fin dalla metà degli anni ’70, quando sin da subito, si sono proposti come fautori, non tanto nell’emancipazione del rock and roll come genere, quanto nella sua istituzionalizzazione.

In alte parole: il loro è “il rock” per eccellenza, adatto a tutti, mai troppo estremo o troppo manierato.

Le loro canzoni, sempre rispondenti ad uno stile hard/blues fatto di riff di chitarra intuitivi con i quali tutti possono cimentarsi, sono fatte per il grande pubblico, non che questo sia un male anzi tutt’altro, molte volte risulta essere invece uno stimolo per chi vuole avvicinarsi a questo genere e di questo, va reso loro merito.

Tuttavia questo è tanto vero oggi quanto lo era nel 1976, e qui cominciano le cosiddette “note dolenti” giusto per rimanere in tema.

La band, con una coerenza spaventosa (o con una inventiva piuttosto scarna, a seconda dei punti di vista) ripropone nel 2020 quello che ha già proposto nel 1980 con Back in Black o nel 2014 con Rock or Bust, il che è piuttosto deludente contando che, essendo un anno piuttosto deprimente, avremmo forse avuto bisogno di qualche novità in più.
Con ciò non è mia intenzione far passare l’idea che Power Up sia un brutto album, i famosi riff che hanno fatto innamorare generazioni ci sono, i ritmi sono ovviamente presenti, gli urli selvaggi di Brian Johnson sono al posto giusto e al momento giusto.
Diciamo che in Power Up c’è tutto quello che serve per accontentare il fan medio della band. Il destinatario ideale può così usufruire di un buon pane per i suoi denti, cioè, di un rock festaiolo, disimpegnato, da stadio, fatto di cori, ritornelli potenti e ritmi al testosterone.

A voi decidere se sia un bene o un male: questo è quello che gli AC/DC fanno.

Non sbagliamo se diciamo che chi oggi è un fan degli AC/DC (e purtroppo a volte solo degli AC/DC) ama le chitarre pesanti e le atmosfere nude e crude di un rock inossidabile, il che, come ripeto, è legittimo. Se non che, per la mia personalissima opinione, nel 2020, questo voglia dire praticamente vivere in una campana di vetro.

Intendiamoci: il rock è morto? No. Ma forse il problema con gli AC/DC è un po’ questo: credere che il rock sia nato, e debba morire, con loro.

 

-Giulia Moschini