Sanremo 2020: il festival del trash italiano

Achille Lauro

Il Sanremo dei record (come tutti gli anni?), il Sanremo del sarcasmo, il Festival della misoginia, e poi le polemiche, la tribù dei social e gli scleri.
Come ogni anno, il Festival della canzone italiana sembra camminare sul filo teso di un equilibrista.
Eppure, anche noi, ogni anno, siamo qui, se non a raccontarne la lode, almeno a registrarne il successo, il caso mediatico e questo fiume di parole che la manifestazione riesce incredibilmente a produrre.

L’aspetto più interessante della cosa è sicuramente il format, non esiste un copione più superato e senza spessore di quello di Sanremo… eppure è un vero e proprio appuntamento mediatico, il luogo dove il trash italiano trova la sua massima forma e spessore.

Parliamo dell’agnello sacrificale di quest’anno: Amadeus, l’everyman, il tipico uomo medio italiano.
In questo festival lo abbiamo visto ridere senza far ridere, commuoversi senza far commuovere, scuotersi senza scuotere. Che sia il caso di fare un passo indietro?
Va anche detto che la sua buon’anima è stata messa alla prova varie volte: tra un “Bugo se ne è andato e non ritorna più”, il feticismo sui piedi di Mara Venier e il “fiorellismo” dilagante per tutto il festival, il dolce Amedeo è riuscito a portare a casa meno polemiche di quante forse se ne aspettasse.

Sono altresì convinta però, che ci siano stati anche aspetti lodevoli (la reunion dei ricchi e poveri? Oppure Tiziano Ferro che mostra orgoglioso la sua dentatura smagliante?); diciamocelo… in un’autentica caduta di Ghali dalle scale ci abbiamo sperato tutti, perlomeno quel tanto che basta per dimenticare la serata cover.

Dalla tv italiana per oggi è tutto, a risentirci il prossimo febbraio.

– Giulia Moschini