Shingeki no Kyojin: il gigante avanza e raggiunge la sua conclusione

Shingeki no kyojin, titolo originale del famoso manga “Attacco dei giganti”, scritto e illustrato da Hajime Isayama, supportato da numerosi premi meritatamente vinti e un fedelissimo anime realizzato meravigliosamente, giunge al termine con il 139esimo capitolo dal titolo “Verso l’albero su quella collina”, dopo 13 anni di pubblicazione quasi ininterrotta.

 

La fama che precede questo fumetto di genere dark fantasy con forti sfumature horror è ormai quasi leggendaria: il fandom e la critica sono divisi, soprattutto dal termine della prima metà dell’opera, tra chi urla al capolavoro e chi non riesce ad apprezzarlo in alcun modo.

La trama del manga è tutt’altro che semplice: l’umanità, costretta a vivere “come uccelli in gabbia” tra tre file di mura di 50 metri, dopo 100 anni di pace viene costretta ad affrontare il suo più grande nemico naturale: i Titani, esseri antropomorfi dai 4 metri di altezza in su, con la prerogativa di cibarsi di uomini senza tuttavia trarne apparente beneficio. Questi titani seminano letteralmente terrore e morte tra la popolazione e l’esercito, incaricato di proteggere i cittadini e di carpire informazioni sulla vera natura dei titani con esplorazioni fallimentari e disastrose fuori dalle mura.

Alla situazione, già tesa e difficile, si aggiunge una enorme arretratezza tecnologica che affligge la popolazione umana sopravvissuta all’invasione di questo temibile nemico: la storia è ambientata in una sorta di medioevo inframmezzato da tecnologie curiosamente impensabili per l’epoca, come il Movimento Tridimensionale, una sorta di imbracatura dotata di bombole a gas per fluttuare a mezz’aria con il sostegno di cavi e rampini sganciati a pressione, dato in dotazione ai soldati come strumentazione anti-titano; questa strumentazione è difatti l’unico sistema con cui i militari, con spirito di sacrificio di stampo molto giapponese, possono avvicinarsi ai titani e avere una possibilità di salvezza, se non di vittoria: tagliando la collottola di questi esseri in un punto preciso è possibile uccidere i mostruosi esseri e fuggire vittoriosi all’interno delle mura.

Eren Jaeger in volo grazie al Dispositivo di manovra tridimensionale

La trama di quest’opera comincia dunque con una tragedia dai toni a dir poco angoscianti: la terza cinta di mura viene abbattuta dal Titano Colossale, un essere di 60 metri mai visto prima, che crea una breccia e consente a orde di titani di invadere il distretto di Shiganshina, paese natio dei tre protagonisti principali della storia. Da qui in poi sarà un crescendo di orrore, angoscia, disperazione e morte che plasmeranno le vite di tutti i personaggi.

La forza di questo manga sta proprio nel connubio di sensazioni che è in grado di trasmettere: dal primo capitolo il lettore è catapultato nel cuore e nei pensieri dei protagonisti, e come loro si trova costretto a fronteggiare la sensazione di essere impotente di fronte alle sue più grandi paure, in balia del terrore e del suo essere fondamentalmente insignificante ed indifeso. La speranza è una sensazione flebile e fugace, che dura pochi istanti prima di essere spazzata via da una nuova ondata di morte e disperazione. Questo ciclo di negatività e impotenza si sussegue senza sosta fino al momento in cui viene rivelata la vera natura dei titani, che porta luce su una storia di stampo molto più politico e su di un’aspra critica verso l’egoismo e la fama di potere del genere umano: laddove ci si appropriati di qualcosa causando la morte e la sofferenza del prossimo, si genere un ciclo di morte, vendetta e orrore senza fine; una volta instauratosi, non è possibile interrompere il ciclo se non con sacrifici disumani.

Ed è proprio in quest’ultima frase che si potrebbe riassumere il finale del manga, tanto osteggiato quanto osannato dai lettori: non c’è risoluzione alla distruzione causata dall’uomo se non attraverso un sacrificio di uguale o maggiore portata.

Questo concetto è uno dei pilastri portanti dell’intera opera, come ci ripete più volte Armin Arlert, co-protagonista e voce narrante del manga:

“Solo chi è pronto a rinunciare a ciò a cui tiene di più sarà in grado di cambiare le cose.”

Questa rinuncia in Attacco dei Giganti si declina nei modi più estremi che mente umana possa immaginare: per interrompere la follia causata dal genere umano, è necessario rinunciare letteralmente alla propria umanità e trasformarsi in mostri più spietati di quelli che si è giurato di combattere.

Per quanto riguarda i dettagli tecnici, importantissima è la caratterizzazione magistrale dei personaggi: la loro evoluzione (e la loro involuzione in alcuni casi) li rende quasi “tangibili”, tanto che è impossibile non addolorarsi per le loro perdite e non gioire dei loro successi; personaggi come Eren, Levi, Armin, Hange e Annie presentano alcune delle caratterizzazioni più belle e coinvolgenti scritte negli ultimi anni nel mondo del fumetto giapponese.

Tuttavia, dopo aver osannato l’opera, è giunto il momento di parlare dei suoi difetti.

Partendo dal disegno, che è una delle pecche più grandi nonché la prima che si nota: i primi capitoli del manga sono più simili a delle bozze che a delle vere e proprie tavole, tanto che talvolta è difficile distinguere i personaggi tra loro o dagli sfondi. Questo problema si appiana con il procedere dei volumi, raggiungendo un disegno quasi piacevole verso gli ultimi capitoli, seppur tuttora Isayama non brilli certo per le sue doti grafiche.

In secondo luogo, il più grande difetto del manga sta nel repentino cambio di registro della narrazione tra la prima e la seconda parte: abituati ad un incedere angosciante di dramma e distruzione, il lungo flashback che svela la vera natura dei titani e della situazione in cui versa il genere umano spezza in modo troppo brusco l’azione, rischiando di annoiare i lettori meno accaniti. Inoltre è impossibile non notare uno scadimento nella scrittura, decisamente meno efficace rispetto alla prima parte, e vagamente confusa nel finale.

Per quanto riguarda il finale, non è esente da critiche: non tutti gli interrogativi sono stati chiariti, anche se è possibile trovare una meta-risposta a tutte le “ambiguità” lasciate volutamente in bella vista dall’autore. Inoltre, sicuramente i lettori avrebbero giovato di qualche capitolo in più per sciogliere la matassa con maggior chiarezza e doversi arrovellare meno nel capire il senso (presente ma di difficile fruizione) di alcuni risvolti di trama.

Personalmente, nonostante mi aspettassi un finale ben diverso, posso dirmi soddisfatta della conclusione: i principali interrogativi sono stati risolti, il senso dell’opera è rimasto intatto e il mio cuore è stato sbriciolato in mille pezzi durante la lettura dell’ultimo capitolo.

Ritengo che Shingeki no kyojin guadagni a pieno diritto un posto nelle top 5 dei manga più belli degli ultimi 10 anni, una vera chicca imperdibile per gli amanti del dark fantasy e dell’horror psicologico, e per i malati di dramma e macchinazioni mentali come la sottoscritta.

Voto: 8/10

-Ilaria Tagliaferri