Teatro d’ira: rabbia e malinconia nell’ album dei vincitori di Sanremo

Anno 2021, il Festival di Sanremo, giunto ad una 71esima edizione spoglia del pubblico ma non degli applausi pre-registrati in stile sit-com americana, trascorsa la mezzanotte del 6 marzo arriva all’apice della serata: la premiazione dei vincitori.

La rassegnazione alla vittoria di Fedez e Francesca Michielin è così palpabile da occupare un posto sul divano e rubare anche qualche popcorn dalla ciotola degli snack ma, senza preavviso, succede qualcosa di incredibile nella storia del Festival della Canzone Italiana: un gruppo rock, di giovanissimi ed imberbi musicisti, guadagna il podio e si porta a casa il Festival. Lo stupore serpeggia, prende a calci la rassegnazione e si siede al suo posto, affonda le lunghe dita affusolate nella ciotola e si mangia gli ultimi salatini rimasti.

Sono passate un paio di settimane dalla vittoria dei Måneskin alla kermesse sanremese, e il loro album Teatro d’ira – Vol.1 è ufficialmente acquistabile e ascoltabile ovunque, cavalca le classifiche e sputa sentenze con la sincerità tipica dei vent’anni.

E forse l’aggettivo più corretto che posso immaginare per descrivere questo album è proprio “giovane”: fresco e irriverente, curioso ma anche non completamente conscio delle conseguenze di ciò che dice.

Le parole di Damiano David arrivano in faccia all’ascoltatore, graffianti senza mezzi termini. Il sentimento che permea il disco è la rabbia… e non si può dire che non sia azzeccato, visto il titolo dell’album. Non ci sono grandi arzigogoli nei testi, anche se personalmente trovo più riusciti i pezzi in italiano rispetto a quelli in inglese. E sarei un ipocrita se negassi che questo dettaglio mi piace particolarmente: erano anni che non sentivo in radio dei pezzi rock, arrabbiati e “maleducati” , ed iniziavano a mancarmi al punto da non sperarci più.

Una nota di merito va al testo di Coraline, il pezzo che preferisco dell’album, che recita i piacevolissimi versi:

Sarò il fuoco ed il freddo
Riparo d’inverno
Sarò ciò che respiri
Capirò cosa hai dentro
E sarò l’acqua da bere
Il significato del bene
Sarò anche un soldato
O la luce di sera
E in cambio non chiedo niente
Soltanto un sorriso

Ogni tua piccola lacrima è oceano sopra al mio viso

Musicalmente il genere è rock, nonostante ammettere questa realtà sia la maggiore causa di reazioni allergiche tra i puristi del genere delle ultime due settimane. E non è neanche un brutto ascolto: il piacere di sentire musica suonata da strumenti reali e una voce senza autotune in un gruppo di persone la cui età media non supera i 40 anni, è talmente totalizzante da far chiudere un occhio sulla tecnica (migliorabile ma il tempo non gli manca).

Quali sono dunque gli aspetti negativi di questo Teatro d’ira?

Non è un album che spicca di originalità, né nel panorama musicale internazionale né in quella italiana. Arriva con un ritardo di 40 anni circa sui pionieri del genere. E’ un album breve. E’ migliorabile tecnicamente e potrebbe osare di più (ma sarebbero arrivati a Sanremo se fosse stato così…?).

Non è un album perfetto.

Ma a questo punto una domanda sorge spontanea dalle ceneri dei rockers bruciati dall’allergia: sono davvero importanti questi difetti nel bilancio generale del disco?

Per capirlo dovremmo fare un confronto tra “costi” e “benefici”, per buttarla sull’analisi economica. Ma se tra i benefici c’è un ritorno, seppur breve e sporadico, al genere un rock in un’Italia che negli ultimi anni ha visto sbocciare nella grande distribuzione solo rappers e trappers, con tutto il rispetto per questi musicisti, allora non c’è confronto. I benefici vincono nettamente sui costi, bilancio in positivo.

C’è speranza, o forse ci piace pensare che ci sia, di poter ascoltare qualcosa di diverso in radio nel tragitto casa-lavoro, quando facciamo le pulizie, quando cuciniamo… di poter vedere 4 ventenni coltivare una passione come la musica suonando dal vivo strumenti reali e non dietro una consolle, di poter sentire pezzi arrabbiati cantati in italiano, di sporcare il suono poetico della nostra lingua con quello grezzo di termini più colloquiali.

Personalmente, Teatro d’ira mi mette di buon umore: mi riporta alla mente quando tornavamo a casa dalla sala prove, appena diciannovenni, portandoci sulla schiena una chitarra di poco valore più grande di noi, piegati in avanti sotto il peso dello strumento ma felici di averlo suonato (male) insieme a chi ci somigliava: quegli stessi adolescenti arrabbiati, ribelli, esagerati ed egocentrici che hanno vinto Sanremo una tarda notte del 2021.

Voto: 6,5/10

-Ilaria Tagliaferri