The Dissident: l’inchiesta di Fogel sul caso Khashoggi

La seconda decade del 2000 sta regalando al mondo un insieme di lotte per l’uguaglianza e il riconoscimento di genere, religione, minoranze etnica e politica senza precedente, che tuttavia troppo spesso rischiano di sfumare o essere annientate da fatti di cronaca e sangue impressionanti, destinati a vergare a lettere scarlatte l’indecenza di alcuni esseri umani sul muro (non poi tanto) bianco della Storia.

In un’epoca in cui la geopolitica è argomento di scrittura e riscrittura, tra conflitti in Medioriente, guerra energetica, flussi migratori e tentativi, per ora abbastanza patetici, di un rapido melting pot, la vicenda raccontata in THE DISSIDENT è quanto mai iconica, un esempio di tutto ciò che c’è di marcio quando ci propinano la storiella che la compenetrazione tra 2 mondi molto diversi è possibile perché “l’uomo di base è un essere buono”, e che dietro a tutto c’è solo semplice umanità e non immensi interessi economici e intestine lotte per mantenere o conquistare il potere.

Uno scivolone su cui, ahi lui, è cascato anche un ex premier italiano, il quale, probabilmente non troppo perito nell’albionico idioma, è arrivato al punto di definire il mandante di un omicidio sanguinoso “my friend”, e diventarne partner economico con lauta prebenda.

Un documentario di ampio respiro contestualizza i tragici ultimi giorni di Jamal Khashoggi alla luce della storia saudita, della geopolitica e dell’influenza perniciosa dei social media.
Il regista Bryan Fogel ci regala un film che colpisce quanto (se non anche di più) il suo Icarus (2017), una sbalorditiva denuncia del doping diffuso che affligge le competizioni sportive internazionali. Se con Icarus Fogel ha praticamente dissotterrato da solo il marcio dell’intera vicenda, in The Dissident ci troviamo davanti ad un mastino che, fiutato il sangue, non molla: non cede di un millimetro ben sapendo di andare a pestare i piedi a grandi nomi internazionali, perché assistiamo alla parabola di un uomo che viene ammazzato come una bestia, una storia che merita di essere messa in luce e diventare monito e denuncia per tanti altri episodi futuri.

Jamal Khashoggi non è un freedom fighter armato di kalashnikov e nemmeno un hacker o un black block. Khashoggi era un uomo tarchiato di mezz’età, ma tuttavia era anche una di quelle persone che esponevano il proprio pensiero liberamente, in modo diretto, caustico, senza pesare le parole in base al proprio interlocutore. Delinquente di strada, amico o Principe Ereditario dell’Arabia Saudita non faceva alcuna differenza per un uomo che amava profondamente il suo Paese, e le cui critiche volevano essere costruttive per un’Arabia più libera, progressista, e perché no, più occidentale.
Khashoggi, forse, ha sognato troppo, sperando di creare qualcosa di costruttivo in una nazione che si vende come monarchia (assoluta) illuminata, “nuovo rinascimento”, come disse quel politico italiano, molto aperto sulla carta ad occidentalizzarsi ma, strano caso, dotato di un ferreo sistema di caste, servizi segreti militari e più di un legame con persone per bene quali il “compianto” Osama Bin Laden.

E’ facile comprendere come parlare liberamente delle delizie della corruzione, del nepotismo, e dello strapotere dei regnanti, del loro pugno un pochino duro con chi non sposava completamente la loro visione del mondo, potesse far alzare ben più di un sopracciglio.
Canis dormiens… Jamal dovette aver subodorato la grandinata, decidendo di trasferirsi in Turchia e stringere legami editoriali con The Post, storica testata degli Stati Uniti, paese a detta sua più libero (ma anche più potente), da cui poter lanciare più impunemente le sue frecciate.
Tuttavia Jamal era anche un uomo, in grado di amare. E questo fatto per chiunque così naturale si è rivelato di essenziale importanza per i suoi assassini.

Desiderando convolare a giuste nozze, Khashoggi si reca qualche tempo dopo nel consolato saudita di Istanbul, capitale di un altro stato forse per ora meno assolutista ma comunque molto interessante per le sue pretese europeiste e il suo governo islamista, e fregiandosi del diritto internazionale chiede di ottenere i documenti di matrimonio dalla sua nazione d’origine. Non ne uscirà mai. Vivo. Verrà trasportato fuori dallo stabile in 2 sacchi dell’immondizia, fatto a pezzi da un paio di sgherri al soldo del Principe Ereditario Bin Salman. Khashoggi, pur avendo passato gli ultimi anni lontano dall’Arabia Saudita, tuttavia perseverando con il suo messaggio, spingendo per la democrazia dall’esilio e costruendo la formidabile presenza dei media che hanno posto domande scomode ad una monarchia molto feudale e poco mediatica, fatti questi determinanti nel segnare il suo destino.

Ciò che colpisce di questa vicenda non è tanto la natura stessa del delitto, ma la fredda pianificazione, l’efferatezza dell’atto compiuto come se fosse la cosa più naturale del mondo, nascondendo la mano lorda di sangue dietro la schiena e sorridendo invece ai fotografi e agli investitori stranieri.
L’omicidio è stato architettatelo nei minimi dettagli, tra depistaggi, sosia, segaossa chirurgici per smembrare lo scomodo cadavere e festini notturni per occultarne la distruzione.
Forse subodorando di essere complici più o meno consapevoli di un atto bestiale, i Turchi, che di pelo sullo stomaco hanno dimostrato di averne, hanno deciso di prendere le distanze da questo omicidio e sfruttando intercettazioni, cimici e video di sorveglianza attorno e in una delle ambasciate più controllate, hanno pubblicato il materiale in loro possesso, distaccandosi da un’uccisione extragiudiziale sul loro suolo chiaramente dannosa per ogni rapporto internazionale.
E’ una trama squallida che Fogel riesce a trasformare in un documentario a volte graficamente complicato ma assolutamente fruibile come se fosse (ma non lo è) un thriller, sottolineando chiaramente il primato dei media in una realtà 2.0 digitalizzata, tanto nel carpire il consenso quanto nel farlo perdere.

Non si guarda in faccia a nessuno, dai meccanismi intestini alla Games of Thrones saudita, al ruolo dei social network e dei troll nell’andamento mondiale globale, agli interessi economici che portano alla creazione di linde facciate per case diroccate.

Fogel riesce a dimostrarci, all’interno della sua inchiesta, quanto un singolo possa, nel 2000 e passa, diventare potente e rilevante al punto di avere un peso all’interno degli equilibri globali.
Questo è un riconoscimento ma anche un monito, in questa società 2.0 in cui ci vengono offerte enormi possibilità spesso sfruttate con minima responsabilità e un malcelato senso di impunità.
Non che agire per un mondo migliore sia sbagliato, piuttosto che sia necessario più che mai diventare esperti nell’uso delle nuove armi, perché i nemici sono tanti, e spietati.

E in questo The Dissident diventa vittima del suo stesso messaggio: un film di denuncia che si propone come una cronaca veritiera, ma che tuttavia non mette in discussione la legittimità delle trascrizioni dei nastri del consolato, forse per non inimicarsi fonti e collaboratori turchi.
I legami non limpidissimi tra Khashoggi e la Qatar Foundation International, un’organizzazione di un rivale dell’Arabia Saudita supportano anche l’idea che Khashoggi sia stato, suo malgrado, il “freedom fighter” armato di penna di uno dei vari schieramenti belligeranti “a freddo” che usano portavoce per procura per indebolirsi a vicenda, un dettaglio di una certa caratura che resta comunque più o meno lecitamente sepolto sotto la montagna della tragedia umana.

Possiamo anche sottolineare che gli USA, una nazione che ha fortemente spinto per portare alla luce la vicenda al punto da supportare l’ONU nella redazione della “Lista Khashoggi”, un elenco di individui direttamente o indirettamente responsabili della sparizione forzata e dell’uccisione del giornalista, nicchiano nell’inserire lo stesso Principe Bin Salman in questa lista, forse perché storici alleati della Monarchia Saudita, legati a filo doppio dal commercio di petrolio, derivati e tecnologia militare, e si guardano bene da elevare sanzioni o embargo.

Punti interessanti su cui riflettere, a latere, senza però inficiare la visione fondamentale di questo film che è propedeutico per comprendere una situazione attiva e in evoluzione, con immensi interessi economici internazionali alle spalle ed in grado di connotare eventi globali di indubbia attualità.

Il film si chiude con l’invito a istruirsi, a documentarsi e andare a fondo a ciò che non appare chiaro. Parole quanto mai vere, e dispiace scoprire che, nel suo “piccolo”, la stessa Italia ne esca macchiata, ancor di più perché questa onta, causata da un’esponente politico che ad oggi non sembra comprendere appieno la caratura dell’ “Affaire Khashoggi”, rischia di vanificare quanto di buono si stia facendo per un altro oppresso, forse prossimo martire, l’egiziano Patrick Zaki, attivista, ricercatore, collega ed amico di Giulio Regeni, l’italiano ucciso barbaramente dai servizi di sicurezza Egiziani al soldo del “faraone” al-Sisi, nuovo despota mediorientale tollerato perché “utile” nello stabilizzare (è interessante vedere come) lo stato che ospita il canale di Suez, essenziale al commercio globale.

-Alessandro Saponaro