The Future Bites: guardare al futuro senza prendersi cura del presente

Sono trascorsi ormai diversi anni dai Porcupine Tree e Fear Of a Blank Planet, punta di diamante progressive/sperimentale del gruppo da cui prende i natali Steven Wilson.

Che quel capitolo fosse ormai chiuso in un bellissimo cassetto zeppo di psichedelia e onirici viaggi mentali, era chiaro a tutti, come il fatto che con l’ultimo album solista To the Bone Wilson stesse cambiando direzione musicale. Nonostante queste premesse e i singoli che hanno anticipato l’uscita dell’album, rimandata dal 12 giugno 2020 al 29 gennaio 2021 a causa della pandemia da Covid-19, The Future Bites riesce ad essere ancora parzialmente spiazzante, non in senso completamente positivo.

La prima “sorpresa” riguarda la netta svolta elettronica/pop che caratterizza l’album: già presente in To the Bone, qui conquista completamente la scena. Già questo è un duro colpo per gli amanti del Wilson prog/psichedelico dei tempi andati.

I pezzi si susseguono tra ballad pop e pezzi più elettronici, nei quali il sintetizzatore è il vero protagonista… a tal punto che, più spesso del necessario, ci si dimentica del concept dell’album tanto è preponderante ed eccessiva la componente elettronica. Questo abuso di sintetizzatori, o per dirla diversamente questa scarsa scrittura dei pezzi, rende davvero difficile concentrarsi sul testo; e questa considerazione assume un’importanza vitale se si ragiona sui temi affrontati in The Future Bites: alienazione, abuso di tecnologia, abuso di social media (“I’m tired of Facebook, tired of my failing health”… mentre scrivo questa recensione la mia mente vola inevitabilmente a Pariah), manipolazione delle masse, shopping patologico. Se da una parte la svolta elettronica e pop è funzionale ai temi trattati (da un punto di vista logico, se per concept intendiamo l’interazione di testi, musica e sperimentazione, ha senso che un album che comunica disagio e alienazione sia di per sé alienante, e che veicoli il messaggio attraverso generi appetibili dalle masse), dall’altra sembra che prevalga nettamente sulla capacità dell’album di comunicare con efficacia il succo del discorso.

Personalmente, avrei preferito una maggiore cura nella scrittura dei pezzi, testi più efficaci, forse meno concentrazione ossessiva sulla componente elettronica. Un plauso va concesso dal punto di vista qualitativo: i suoni sono curati al dettaglio, nulla da ridire per quanto riguarda il comparto fonico dell’album… e da Wilson non mi sarei aspettata niente di meno.

Non si può dire che i pezzi, ascoltati singolarmente, siano brutti: sono tutti orecchiabili, non eccelsi ma nemmeno da insufficienza. Tra questi, spiccano Personal Shopper, Eminent Sleaze, Follower e Count of Unease. Il problema dell’album è che questi pezzi non si intersecano in modo efficace gli uni con gli altri: il concept manca di quella rete di significati e sotto-trame che rende il messaggio coeso.

Siamo lontani da pezzi come Luminol e Routine, tuttavia quest’album lascia ben poco anche dopo il terzo ascolto. Ed è un peccato, considerato che Wilson è uno dei musicisti, artisti e scrittori più originali e innovativi degli ultimi 20 anni.

Nel complesso To the Future rimane un album orecchiabile ma dimenticabile, che non aggiunge nulla e nulla toglie alla brillante carriera del suo creatore.

Voto: 6,5/10

 

-Ilaria Tagliaferri